Martedì, 08 Aprile 2008 20:41

Parte 9: Le Reti come Contagio In evidenza

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Un possibile dibattito su Etica e Complessità. Parte IX.
a cura di Marinella De Simone e Dario Simoncini Cofondatori e Trainer della SEECO


Le Reti Come Contagio


A: Proprio come un'epidemia... è la teoria delle reti, di cui si sta cominciando a studiare il funzionamento solo in questi anni....
B: Sì, proprio così. La teoria delle reti è recentissima, proprio perché solo in questi ultimi anni ci si sta accorgendo di come siamo interrelati gli uni con gli altri, come nodi di reti così ampie che non riusciamo nemmeno a crearci un'immagine nella nostra mente... E' grazie a sistemi tecnologici come Internet od il World Wide Web e, più in generale, ai sistemi delle telecomunicazioni che consentono trasmissioni "in tempo reale" che cominciamo a divenire consapevoli ed a percepire come in realtà condividiamo tutti lo stesso spazio. Adesso le parole rete, connessione, globale, sono entrate nel nostro linguaggio comune, ma, se ci pensiamo bene, anche solo dieci o quindici anni fa avrebbero avuto ben poco senso per noi...


A: E' vero; nonostante si sia sempre sostenuto, sia a livello filosofico che religioso, che occorre divenire consapevoli che tutte le cose sono interrelate, in realtà, finché non se ne fa esperienza a livello fisico, corporeo, è estremamente difficile per noi comprenderlo veramente...
Adesso che tutto ciò sta divenendo esperienza comune per ciascuno di noi, è più facile secondo me che in tempi relativamente brevi si possa cominciare a capire profondamente, non più solo intellettualmente ma direi in modo fisico, incarnato, ciò che significa essere interdipendenti. E l'esperienza che stiamo vivendo di essere tutti interrelati non è solo legata ad Internet o ai telefonini; è spesso anche di natura spiacevole o problematica, come le difficoltà economiche dovute alla globalizzazione, o le reticenze che abbiamo a confrontarci con culture diverse dalle nostre e che oggi ci ritroviamo "in casa", o gli effetti dell'inquinamento che non sono più solo locali ma globali...
Penso quindi che sarebbe decisamente importante fare il passo successivo: una volta che si è compreso a livello corporeo cosa significa essere interrelati, è bene comprenderlo anche a livello mentale, ossia accettarlo come nuovo modo di pensare, come nuovo paradigma.

B: Sarebbe un passo avanti... anzi, direi un salto in avanti, rispetto al nostro normale sentire, basato finora più sul concetto di dipendenza che di interdipendenza. Nell'interdipendenza, come abbiamo già discusso in precedenza, si supera il rapporto lineare di causa ed effetto, che porta con sé anche un approccio fondato sul senso di colpevolezza, in cui si cerca "chi ha causato che cosa" ed in cui si presuppone un rapporto del tipo dominante/dominato.


A: A noi manca quasi completamente la capacità di percepire ciò che sta accadendo attorno a noi, e sentendoci isolati escludiamo anche la possibilità di interagire con ciò che ci circonda, e che comunque sta evolvendo, si sta trasformando, anche se non ce ne accorgiamo... Eppure, che ce ne accorgiamo o meno, il nostro comportamento influenza il comportamento di tutti coloro che sono in relazione con noi a qualunque livello.
B: Certamente. Direi che, nell'interdipendenza, anziché cercare il colpevole, o, come direbbe il signor Malaussène creato da Daniel Pennac, il capro espiatorio delle nostre azioni - e che tanta importanza ha avuto ed ha tuttora nella nostra cultura e nelle nostre pratiche religiose - si potrebbe cominciare a pensare in termini di responsabilità personale, intesa come etica nei comportamenti.
E questo, secondo me, non significa assumersi tutte le responsabilità di ciò che accade, quanto piuttosto, proprio attraverso la comprensione dell'inter-dipendenza e dell'essere quindi inseriti in una rete di relazioni, l'umiltà di accettare che non siamo "onnipotenti", poiché la prevedibilità del nostro agire è al di fuori delle nostre possibilità di comprensione.


A: Si tratta, piuttosto, se ho ben capito, di un allineamento nei propri comportamenti, ossia di agire per il meglio per sé e per gli altri, pur non sapendo se l'esito delle nostre azioni sarà quello sperato...
B: Proprio così. La vera differenza, una volta compreso che si è inseriti in una grande rete che ci unisce tutti, è che non si è più così soli come abbiamo sempre creduto di essere. L'essere uno interconnesso all'altro comporta da un lato la responsabilità del proprio agire, dall'altro la possibilità che altri seguano il nostro esempio, creando un circolo - anzi, una rete - virtuosa che si amplifica: il contagio, appunto.
Finora il contagio ha agito comunque, attraverso comportamenti e convinzioni individuali limitanti che sono risultati distruttivi non solo per noi stessi, ma anche per tutto ciò in cui siamo inseriti, come abbiamo purtroppo già sperimentato. La differenza è che, non comprendendo la rete che ci unisce e separando quindi le relazioni tra le persone, si rimane legati ad un modello di pensiero lineare di causa ed effetto, in cui la responsabilità del proprio agire è vanificata dalla ricerca di una causa esterna a noi che ha generato il nostro comportamento. 


A: E che ci porta a lamentarci in continuazione, coinvolgendo anche chi ci ascolta a partecipare a questa "discarica" collettiva di responsabilità. Ci sarà sempre qualcuno o qualcosa che ci costringe ad agire in un certo modo, e noi siamo vittime di un meccanismo perverso che non comprendiamo... la rete, appunto.
Però, riuscire ad accettare l'imprevedibilità del proprio agire, pur se questo è per il meglio, non mi sembra per niente facile, anzi...

B: Sì, non è certo facile, eppure, se ci pensi bene, rende anche più leggero il nostro agire... Non doversi sforzare continuamente di avere tutto sotto controllo, così come, d'altra parte, poiché ciò è evidentemente impossibile, scaricare completamente le responsabilità a qualcuno o qualcosa che a sua volta ci controlla, è non solo un meccanismo perverso, ma anche faticoso da sostenere a lungo. E' un meccanismo nevrotico e depauperante per la persona stessa, la quale alla fine della giornata dà sfogo alle proprie frustrazioni lamentandosi.

Credo sia molto più sano sia per la persona che per la collettività assumersi la responsabilità dei propri comportamenti, pur se può apparire quasi insignificante se ci limitiamo nell'osservazione al livello del singolo individuo; ma se comprendiamo che è proprio il comportamento del singolo individuo che genera la possibilità di agire in modo nuovo non solo per se stesso ma anche per chi è in relazione con lui, è possibile che altri agiscano allo stesso modo, imitandone il comportamento, allargando ancor più le nostre possibilità...


A: E' l'imperativo etico di Heinz Von Foerster: "Agisci sempre in modo da aumentare il numero delle scelte", e che a noi piace molto...
B: Sì, perché anch'io credo che avere la possibilità di scegliere, così come contribuire ad allargare le possibilità di scelta anche per gli altri, sia il vero senso della libertà e del rispetto reciproco.  
Cominciamo dalle piccole cose, dai piccoli cambiamenti, come il bimbo che raccoglie le stelle marine sulla spiaggia ogni mattina... Non si può pensare di cambiare il mondo, ma intanto si può cominciare...


A: Che c'entrano le stelle marine?
B: E' una piccola storia, di un bambino che trova ogni mattina tante stelle marine lasciate dal mare sulla spiaggia, e lui ogni mattina le raccoglie una a una e le ributta nel mare; passa da lì un uomo che si ferma ad osservarlo e, dopo un po' gli chiede, stupito: "Ma perché raccogli le stelle marine e le ributti nel mare? Non lo sai che se anche tu lavorassi tutto il giorno senza fermarti mai ne riusciresti a raccogliere sempre troppo poche rispetto a tutte quelle che comunque rimarranno sulla sabbia a morire?"
Ed il bimbo risponde: "Non importa, perché quelle che ho raccolto le ho salvate rigettandole in mare".
Non è che non si può fare niente perché c'è troppo da fare, basta cominciare... e forse qualcun altro, osservando il nostro comportamento, potrebbe imitarlo.
E più persone seguono un certo comportamento, più altre le imiteranno, in una crescita che può divenire di tipo esponenziale.


A: E' quello che, nella teoria della complessità, si chiama soglia critica, ossia il punto oltre il quale può verificarsi una crescita esponenziale di un fenomeno, come il contagio appunto... ed al di sotto del quale un fenomeno tende invece ad esaurirsi, a spegnersi senza diffondersi.
B: Sì, è ciò che avviene ad esempio per il successo di un prodotto o di un attore, di un libro o di un film, per il diffondersi di una malattia come di una nuova modalità di pensiero, di una moda come di un diverso modo di comportarsi. Io credo che la ridondanza in questo senso giochi un ruolo molto importante, ossia la ripetizione più e più volte, senza fermarsi al primo tentativo che non ha avuto immediato successo. Questo, come abbiamo già detto, non garantisce in alcun modo che si superi la soglia critica, poiché nessuno è in grado di definire a priori il momento in cui questa verrà superata. E' come una scommessa, una scommessa etica, che vale la pena di fare comunque...


A: E' anche quella ripetizione dei comportamenti che consente di trasformare un'azione che all'inizio è deliberata ed a volte faticosa in un'abitudine di cui pian piano non ci rendiamo nemmeno più conto, che diviene connaturata a noi, incarnata in noi così profondamente da divenire spontanea. E' il famoso know-how etico di Varela da cui eravamo partiti all'inizio della nostra discussione per definire che cos'è l'etica...
B: Sì, e inserendo l'azione individuale, divenuta abitudine, all'interno delle reti sociali in cui tutti noi siamo inseriti, ecco che il comportamento virtuoso individuale può divenire collettivo. E quando diviene un comportamento collettivo, ecco che ci sembra ancor più naturale, persino ovvio. La vera differenza rispetto alle abitudini che solitamente ci governano è che questa abitudine di essere etici nei propri comportamenti necessita di essere coltivata dentro di noi giorno dopo giorno, momento per momento, consapevolmente, fino a quando diviene una parte così integrata in noi da non esserci più bisogno di prestarvi una tale attenzione.

A: E' forse quell'atteggiamento che i buddhisti chiamano presenza mentale, e che a noi occidentali manca quasi completamente...



a cura di Marinella De Simone e Dario Simoncini Cofondatori e Trainer della SEECO
Letto 17877 volte Ultima modifica il Venerdì, 13 Aprile 2012 15:39