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Amartya Sen - India & Civiltà PDF Stampa E-mail
sabato 16 luglio 2005
Affinchè lo scontro fra civiltà si ribalti in "civiltà nello scontro", ossia in dialettica convivenza fra diversi, occorre smantellare ogni luogo comune e aprirsi all'ascolto.

amartya2.JPGOccorrerebbero cioè dieci, mille Amartya Sen, e diffusione militante del suo ultimo libro come antidoto agli integralismi che stanno bruciando il mondo.
Amartya Sen è una delle grandi menti dell'epoca, premio Nobel per l'economia ma sensibilissimo al fattore umano (lo sviluppo per lui non si misura in ricchezza, ma in libertà e giustizia sociale), professore tutt'altro che accademico a Cambridge e a Harvard, cosmopolita che ha però mantenuto il passaporto blu della natia India. E appunto all'India è dedicata la raccolta di saggi The Argumentative Indian, sottotitolo Writings on Indian History, Culture and Identity, appena uscita da Allen Lane: un libro che spalanca orizzonti e rovescia stereotipi, almeno quanto fece il palestinese Edward Said con Orientalismo.
Il primo protagonista è lui stesso, Amartya Sen, "indiano argomentativo" e ragionante quant'altri mai, pensatore brillante e insieme mite - al punto che, per fare soltanto un esempio, qualche critica al cinema di Mira Nair (quella di Salaam Bombay e di Monsoon Wedding) è subito accompagnata dal riconoscimento che è una regista "importante".

Buonismo? Tutt'altro. Sotto la luminosa pacatezza, corre un'ambizione poderosa: smantellare i luoghi comuni (occidentali) sull'India come terra dell'esotismo e del misticismo, e semmai ora come retrobottega tecnologico del mondo. E, per conseguenza, incrinare la certezza (occidentale) che appunto l'Occidente sia l'unico detentore, ed esportatore, della democrazia. Al contrario, dice Sen, esiste un' India razionale e ragionante, terra antichissima di tolleranza religiosa, di pluralismo intellettuale, di pubblico dibattito, di partecipazione, di scetticismo e persino di ateismo.

Altro che brume mistiche. Mentre in Europa Giordano Bruno veniva messo al rogo per eresia, in India il mogul Akbar codificava i diritti delle minoranze, fondava i primi gruppi di dialogo interreligioso e proclamava: "ciascuno scelga la religione che preferisce, nessuno venga valutato per la sua religione"; considerando la ragione e non la tradizione quale miglior strumento per l'armonia sociale, Akbar poneva le basi per la moderna laicità dello stato. E, ancora prima, nel terzo secolo avanti Cristo, l'imperatore Ashoka sperimentò una nuova forma di governo basata sui principi buddisti della compassione e della tolleranza (per tutti, donne e schiavi inclusi), con "parlamenti" in cui i suoi stessi oppositori andavano "sempre onorati".
Andando ai sacri testi: Ramayana e Mahabharata sono (anche) lotte fra ugualmente eroici, Gita è (anche) un dibattito etico fra Arjun e Krishna, e i Veda esprimono meravigliosamente il dubbio sul divino: "Chi sa veramente? Colui che guarda dall'alto dei cieli, soltanto lui sa - o forse non sa". Più recente è l'esempio di Tagore, poeta liberale e razionalista deriso in Occidente (da o Yeats, da Pound) perché non combaciava con lo stereotipo spiritualista.

Dice Amartya Sen che la tradizione oratoria indiana continua, dagli antichi sterminati poemi, al discorso record di Krishna Menon all'Onu (oltre nove ore). Dice che "il silenzio è nemico della giustizia sociale", mentre "la voce ne è un elemento cruciale". Dice, opponendosi all'altro Nobel indiano Naipaul, che l'Islam non ha corrotto la civiltà induista seminando al contrario i germi della democrazia (Akbar era musulmano). Dice sopratutto che considerare la tradizione indiana come "soltanto religiosa, o antiscientifica, o gerarchica, o non scettica" è pericolosa miopia: "la nostra eterogeneità e apertura è per noi orgoglio, non disgrazia". Che è una traduzione più elegante, e splendidamente. argomentata nel libro, della celebre frase dello storico inglese Thompsan sull'India come luogo di convergenza universale: "non c'è pensiero pensato nella storia occidentale o orientale che e non sia attivo in qualche mente indiana". Tutti i pensieri ti del mondo conviventi, qui e ora, in pace.
 
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