Lunedì, 18 Giugno 2007 16:22

Taylor for President - Serata con De Masi In evidenza

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Lavorare meglio per lavorare meno, questo l'assioma di Frederick Taylor, visto in una luca diversa in una calda serata romana di metà giugno.

Taylor for President – Serata con De Masi



Chi l’avrebbe mai detto che in una calda serata romana di metà giugno, accomodati in un salotto all’aperto dal profumo di Provenza e di Via Appia, avremmo visto in una luce diversa Frederick Taylor, il principale teorico della organizzazione scientifica del lavoro che ha accompagnato la prima rivoluzione industriale, quello della parcellizzazione, specializzazione, efficienza. Ha trascorso la parte finale della sua vita dedicandosi alla cura del giardino, la sua passione (dando il nome anche ad una varietà di rose). Nelle aziende dove ha introdotto i suoi principi, all’inizio del 1900, si è ridotto il tempo di lavoro, da 10 a 8 ore, da sei a cinque giorni. Lavorare meglio, produrre di più, per lavorare meno, questo il suo assioma.

de-masi.jpgDomenico De Masi ci ha guidato l’altra sera in un appassionato e errabondo viaggio intorno all’uomo, chiacchierando di società, storia, cultura, arte, antropologia in un ManagerZenCafè dal sapore estivo, presente la nostra Presidente Federica Ghetti e assieme a una trentina di uomini e donne d’azienda e dintorni, attirati allo Spazio dell’Anima dalla curiosità di ascoltare l’”ozio creativo” alle prese con l’”arte del sottrarre”.

Proprio da lì siamo partiti, dall’ozio creativo che ricongiunge lavoro, studio e gioco, superando la frantumazione di queste tre dimensioni determinata dall’impronta sociale e culturale dell’era industriale e restituendo alla nostra società post-industriale una modalità di essere e di agire coerente al lavoro intellettuale, sempre più diffuso e predominante su quello manuale.
Uno dei nostri problemi, sostiene De Masi, è che stiamo vivendo e gestendo un’epoca nuova utilizzando le categorie di quella precedente.
Soprattutto nelle aziende, dove maggiore e dominante è stata la strutturazione di un dna gerarchico, burocratico, razionale, maschilista, figlio della cultura dell’era industriale e dove questo modello si affanna e si ostina a gestire un tipo di lavoro diverso, intellettuale e creativo, dove gli strumenti di produzione, “cervello e cuore”, non si lasciano sul luogo di lavoro ma si portano con sé e si alimentano di spunti di vita che poi si ritraducono in lavoro, dove non ha senso il controllo della presenza fisica in ore e minuti quando la qualità del “prodotto” atteso dipende da ispirazione, motivazione, fantasia, riflessione.
Adriano Olivetti questo l’aveva capito molto bene e lo metteva in pratica. La persone al primo posto: quando consideri la creatività alla base dell’organizzazione del lavoro (intendendo creatività come fusione di fantasia e concretezza) crolla il principio del controllo e si rafforza quello di motivazione. C’è creatività anche in molte imprese italiane, l’indicatore significativo è quanto sia diffusa come principio guida del lavoro della persone in azienda: in Fiat, per esempio, Giugiaro sicuramente è un creativo, ma gli operai, che sono il 30% del personale, non sono di certo gestiti con attenzione e cura della loro motivazione e autoespressione.
Quando si usano gli strumenti “antichi” in presenza di una realtà nuova, si va in crisi e il primo sintomo della crisi è l’inibizione della progettualità. Non si progetta più, qualcun altro progetta al posto nostro e noi saremo poi costretti ad adattarci, aumentando, ahimè, il senso di crisi. Siamo disorientati, in balìa di confini sfumatissimi: non si sa più quando si nasce (al primo sguardo, un po più in là...), quando si muore (...Welby), cosa sia bello o brutto (bellissima la citazione di Ennio Flaianol’arte moderna io non la compro, me la faccio da me”).
Per vivere appieno la nostra epoca bisogna allora recuperare una dimensione internazionale (uno dei falsi miti della nostra società è il fascino del “piccolo paese”, del “fatto in casa” e del “naif è meglio” mentre dietro e dentro tutto ciò che è positivo e di qualità c’è grande analisi, riflessione, studio, tecnologia, confronto), ridare senso alle cose, soprattutto in azienda dove questa distonia tra la vecchia cultura industriale ancora imperante e le nuove esigenze tipiche della realtà postindustriale sta provocando crescenti contraddizioni e paradossi. Qui la formazione, come donazione di senso, e l’attenzione alla conoscenza, come acquisizione di senso, possono giocare un ruolo rilevante per promuovere e accelerare il cambiamento.

Sembra però categorico, Mimmo De Masi, rispetto al paradigma dell’impresa che purtroppo risulta ancora il più diffuso: l’azienda è un mostro che crea infelici, il luogo virale che cospira contro la felicità, regno della burocrazia che uccide l’iniziativa personale, la partecipazione, la creatività.

Di tanto altro si è parlato e dibattuto, mentre un venticello fresco ci ricordava che la notte, inesorabile, stava avanzando: il salto sociale e culturale che alcuni Paesi (tipo Cina, India) stanno vivendo nel passaggio diretto dall’era rurale a quella post-industriale (mancano studi e ricerche su cosa questo significhi dal punto di vista psico-antropologico), l’arte contemporanea che ha bisogno di essere studiata per emozionare (perché è normale leggere un libretto di istruzioni davanti a un frigorifero e non deve esserlo davanti a un quadro di Mondrian?), la lenta agonia del nostro sistema di istruzione scolastica che sta minando le basi culturali e di crescita economica mentre fervono però molteplici iniziative “informali” di qualità, Università invisibili travestite da festival culturali di cui l’Italia è oggi ricchissima...

Alcuni spunti per proseguire a rilassarsi creativamente su questi temi: il libro testimonianza di Francesco Novara “Uomini e Lavoro alla Olivetti”, il numero speciale della rivista Ulisse di Alitalia su Adriano Olivetti e tutti i suoi scritti, il film “Il destino nel nome”, e ancora “Non c’è progresso senza felicità”, il libro scritto da De Masi con il prete brasiliano Frei Betto.

A proposito di “arte del sottrarre”, non si è sottratto, Domenico De Masi, in questa serata ManagerzenCafè del 12 giugno: al contrario, ci ha regalato un incontro stimolante e divertente. Un autentico momento di ozio creativo.
Letto 7809 volte Ultima modifica il Venerdì, 13 Aprile 2012 15:39