Venerdì, 02 Giugno 2006 11:36

Parte 4: Identità, gerarchie ed ordini

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Un possibile dibattito su Etica e Complessità. Parte IV.
a cura di Marinella De Simone e Dario Simoncini Cofondatori e Trainer della SEECO



Identità gerarchie e ordini


A: Secondo te, quindi, si può parlare di etica solo se si accetta il principio della complessità?

B: Sì, si può parlare di etica – intesa come “buon vivere” e non come norme morali – solo se si presuppone l’esistenza di identità relazionali, e non di identità conflittuali.

A: Ma qual è la differenza tra identità relazionale ed identità conflittuale?

B: C'è una grande differenza, ed è basata sui presupposti, ossia sugli schemi mentali a cui queste due identità aderiscono.

Quando parliamo di identità relazionale, stiamo pensando ad un'identità che si forma, che emerge, dall'essere in relazione con ciò che la circonda: l'ambiente, con tutte le diverse identità che vi operano, così come le diverse organizzazioni cui partecipa, come la coppia, la famiglia, l'azienda, e così via.

E' vero che per poter vivere siamo tutti in relazione con l'ambiente che ci circonda, che ci piaccia o no, che lo si voglia o meno, e che ognuno di noi è in qualche modo coinvolto in numerose organizzazioni contemporaneamente. Ma è anche vero che spesso ne manca la consapevolezza, e anche l'accettazione.

Essere consapevoli della trama che ci unisce ed accettarla comporta un atteggiamento umile, rispettoso delle relazioni che ci connettono, aperto all'essere in contatto con ciò che ci circonda ed, infine, disponibile ad apprendere da ciò che non è uguale a noi, ed a cambiare, lasciando che così possa emergere una nuova identità.

E non mi sembra che questo avvenga così facilmente per noi uomini...

E' evidente che, quando ci riferiamo ad identità che emergono dall'essere in relazione con il proprio ambiente, siamo pienamente all'interno del paradigma della complessità. L'essere consapevoli delle relazioni che ci uniscono ed accettarle con umiltà consente l'emergere di una nuova identità relazionale: è una nuova forma di condivisione di valori, di conoscenze, di emozioni, tra più identità che si uniscono formandone una nuova, di livello gerarchico superiore rispetto a quelle che vi aderiscono.

A: Ma cosa significa esattamente 'di livello gerarchico superiore'? Fa pensare a qualcosa che governa qualcos'altro, ad ordini impartiti dall'alto...

B: Quando, nella teoria della complessità, si parla di 'ordine gerarchico superiore', non si sta facendo riferimento allo schema classico della gerarchia, dove chi sta sopra 'comanda' i livelli inferiori, e questi devono obbedire.

Lo schema gerarchico è invece consono alla teoria classica, meccanicista, in cui macchine ed uomini funzionano allo stesso modo, con comandi, ordini e compiti ben specificati da eseguire.

Quando, invece, si parla di 'ordine gerarchico' nella teoria della complessità, si è nella visione di reti di relazioni che si interconnettono le une con le altre. Vi sono reti dentro altre reti, in un processo che pare proprio senza fine...

Cambia solo il grado di osservazione: è come se usassimo lenti diverse che consentono di vedere dettagli diversi di relazioni, ed è il grado di osservazione che determina il livello gerarchico.

Provo a farti un esempio tratto dalla biologia: una cellula del nostro corpo è un'identità – è l'identità da cui è partito lo studio sull'autopoiesi di Maturana e Varela, così importante per la scienza della complessità – ed è possibile definirla come tale proprio separandola dall'ambiente in cui è inserita e verificandone la diversità da questo. Eppure, essa stessa è formata ed è generata da una rete di relazioni.

Non solo. Pur essendo un'identità separata, partecipa con altre cellule - tramite le relazioni che interconnettono le une alle altre - a far emergere un'identità di ordine gerarchico superiore: l'organo cui pertengono, per esempio il fegato. Anche il fegato è un'identità, separabile dall'ambiente in cui è inserito e diverso da questo, eppure, oltre ad essere formato da una rete di relazioni tra cellule, è a sua volta all'interno di una rete di relazioni di ordine superiore: il corpo.

E così il corpo, oltre ad essere formato da una rete di relazioni tra organi, apparati, ecc., è a sua volta inserito in una rete più grande, in questo caso di relazioni sociali: la famiglia, poi via via fino allo Stato, alle corporazioni tra Stati, al mondo, all'universo...

Come vedi, cambia la scala di osservazione, eppure si tratta sempre di reti di connessioni all'interno di reti di connessioni, dove tutto è unito, tutto è in relazione...

A: E cosa accade alle identità di ordine gerarchico inferiore che entrano a far parte di un'altra identità di ordine superiore? Le identità spariscono all'interno dell'identità superiore cui partecipano?

B: E' evidente che non spariscono, ma anzi partecipano attivamente a far emergere identità di ordine gerarchico superiore apportando la propria specificità, la propria diversità.

Direi che è piuttosto un problema di consapevolezza che non ci consente di percepire – almeno emotivamente – come ogni identità emerga dalla relazione tra identità di ordine inferiore e come a sua volta sia partecipe nel far emergere identità di ordine superiore.

Se acquisissimo questa consapevolezza, anche i nostri comportamenti sarebbero 'naturalmente' etici, perchè ci renderemmo conto di che grande responsabilità abbiamo per ogni piccola azione che compiamo...

Ecco il 'know-how' per l'etica che sorge spontaneamente, nel momento in cui siamo consapevoli di essere parte della complessità e di come la generiamo in ogni scelta che compiamo. Forse, ci muoveremmo molto più in punta di piedi...

A: E l'identità conflittuale? Come si forma?

B: L'identità conflittuale emerge da un paradigma diverso, di tipo separativo, incentrato, anziché sulle relazioni, sulle parti che compongono le relazioni. E' il paradigma classico, che fa parte della cultura tipicamente occidentale, su cui è costruita la scienza tradizionale così come formulata da Cartesio in poi.

E' l'approccio scientifico meccanicista, o riduzionista, in cui regna l'ordine e l'organizzazione di tipo gerarchico.

In questo tipo di approccio, ciò che rileva sono le singole parti, nella loro specificità ed individualità. Le relazioni tra le parti sono relazioni funzionali, di controllo e di dominio. Il risultato delle interazioni che avvengono tra le parti è considerato prevedibile, e quindi obiettivamente quantificabile e controllabile.

L'intero processo, generato dalle relazioni, è anch'esso predeterminato e sotto controllo. Nulla è lasciato al caso, tutto è perfettamente in equilibrio.

E' evidente che le convinzioni che sottendono questo a questo tipo di paradigma sono di tipo separativo: non vi è relazione tra le parti se non di dominio e di controllo, e quindi ciò che rileva nelle relazioni è il potere acquisito nel dominare l'ambiente e le organizzazioni in cui si opera: dal controllo sulla natura, al controllo e al dominio nelle relazioni di coppia e familiari, al controllo nell'azienda, al controllo e al dominio nelle relazioni internazionali, e così via, senza mai fermarsi...

L'identità in cui potersi riconoscere, in questo tipo di paradigma, è necessariamente di tipo separativo, basata su relazioni di dominio fondate sul conflitto.

Anche i termini a cui comunemente facciamo riferimento nelle nostre relazioni sociali hanno echi conflittuali: parliamo di alleati, di nemici, di schieramenti, di coalizioni... tutti aspetti poco fraterni, che sottolineano chi è contro da chi è d'accordo, chi sta da una parte e chi dall'altra.

L'identità che abbiamo definito conflittuale si identifica proprio nel trovare il nemico da combattere, e se questo dovesse alla fine sparire, o soccombere, ne sorgerebbe presto un altro contro cui battersi uniti... secondo uno schema che ormai conosciamo tutti fin troppo bene!

Come vedi, siamo ben lontani da una condivisione di valori basati sul bene comune...

A: Quindi secondo te si può parlare di etica solo se si parla di identità relazionale?

B: Secondo me sì, sono l’uno interrelato all’altro proprio per il principio della complessità, e si rafforzano l’un l’altro secondo lo schema classico dell’auto-rinforzo: più ho un’identità relazionale, più applico i principi etici; e più applico i principi etici, più rafforzo l’identità relazionale… E’ un circuito virtuoso.

A: Allora la complessità è etica? La vita è etica? Un sistema complesso è per definizione etico?



a cura di Marinella De Simone e Dario Simoncini Cofondatori e Trainer della SEECO

Letto 23829 volte Ultima modifica il Venerdì, 13 Aprile 2012 15:39