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Essere manager non è la meta più ambita. I sogni lo sono. PDF Stampa E-mail
giovedì 23 settembre 2004
Il giro di boa della mia vita non è avvenuto dopo un incontro col Dalai Lama o dopo avere conosciuto l'amore ideale, ma...

...per una banalissima e noiosissima influenza, forse cinese, presa nel gennaio del 2000. La vita stereotipatamente stressante del manager riesce ad esser frenata solo da qualcosa di così piccolo e invisibile come un virus, biologico o digitale che sia. Il malefico microrganismo si era insinuato nei miei circuiti e aveva mandato in tilt il sistema. L'apparato audio riusciva ad emettere solo suoni gracchianti e tossette irrisolvibili a circuito chiuso, ma il danno maggiore, il virus lo fece aprendo un file che probabilmente non era previsto fosse aperto. Riscoprii una sensazione che mi sembrò nuova proprio perché così antica: il riposo.

Questo provocò una reazione a catena di riflessioni che mi portarono a comprendere l'otium di Seneca, la "laboriosità stupida" di Oscar Wilde e la "classe oziosa che ci salva dalle barbarie" nel filosofeggiare di Bertrand Russel, e desiderai che il mio stato di malattia proseguisse. Quando gli ultimi bites o neuroni superstiti mi fecero realizzare che nel voler essere malata per star bene c'era un'evidente contraddizione in termini, tirai delle conclusioni. Rinunciavo al ruolo di direttore generale della sede italiana di una multinazionale statunitense con una dozzina di collaboratori alle proprie dirette dipendenze, contratto da dirigente, auto di rappresentanza e tutte quelle bazzecole che rendono la figura della donna manager un'icona monumentale di ammirazione virtuale. Ho lasciato tutto questo non perché non mi piacesse il mio lavoro. In dieci anni di entusiasmo mi sono divertita, ho creato una squadra eccezionale ed ammirata, ho decuplicato il mio fatturato. Sono stati dieci anni di indiscussi successi e i colleghi europei, tutti uomini, che si vedevano sottratti i premi di produzione negli anni, mi guardavano con malcelato rancore. Mi guardavano in modo sospetto perché, dicevano, ero vegetariana e mangiavo strani fagioli.

Rendere sempre di più e ad una velocità sempre maggiore, così come la richiedevano l'ambizione del top management e la competitività dell'azienda, mi aveva portato a consumare un mio patrimonio preziosissimo: il tempo. Non avevo più il tempo di vedere le persone che volevo, di leggere i libri che mi piacevano, di guardare i soffitti invisibili delle mie domeniche pomeriggio, amalgamata nel divano ad ascoltar musica. Per riavere tutto questo io uscivo con orgogliosa sfrontatezza dalla categoria delle invidiate, dei modelli ambiti e delle vite realizzate per entrare in quella degli studenti, dei principianti e dei "troppo vecchi" per il mercato del lavoro.

Ero entusiasta: stavo per spaccare le catene del budget di fine trimestre, dell'obiettivo da raggiungere e della sicurezza economica per riconquistarmi qualcosa che era unicamente mio. Questo senso di libertà lo espressi immediatamente regalando a un'amica una mezza dozzina di quei capi d'abbigliamento armaturiali e claustrofobici con i quali diventa una sfida anche prendere un raccoglitore dal terzo scaffale del mobile d'ufficio: il tailleur. Il mio capo di maggior eleganza divenne la tuta da ginnastica.

Donna manager non divenni per scelta od ambizione, ma per essermi trovata "al posto giusto nel momento giusto". Io volevo fare la giornalista, ma dopo aver scritto per dieci anni lettere commerciali, pensavo di non riuscire più a scrivere una riga che potesse ancora avere una sensibilità umana. Questa fu la cosa che mi spaventò più di ogni altra. Così da donna manager non pentita ma conclusa, e per dirla alla Moretti da splendida quarantenne, appesi l'ultimo tailleur rimastomi al chiodo e m'iscrissi ad una scuola di giornalismo. Ma la storia prosegue…

Simona
 
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