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Allenamente, resoconto del 3 febbraio 2010

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Resoconto della 4° sessione di AllenaMente, 3 febbraio 2010 (a cura di M.I. Giangiacomo e di Giulia Zanotti)
Come a volte succede, complici la pioggia, qualche assenza e due ospiti nuovi, la traccia che ci eravamo dati è saltata. Ogni due, tre incontri capita sempre! Non ci siamo quindi soffermati sulla condivisione dei testi concordati – i capitoli Individualismo e convivialità e Il circo aziendale del nostro libro – ma abbiamo fatto una sorta di ‘riepilogo’ di quanto elaborato sinora condito delle nostre singolari presentazioni, principalmente a beneficio delle nuove amiche Brunella e Rosa ma poi, in fondo, molto utile anche per noi.

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Sappiamo, infatti, che queste nostre pratiche filosofico-mappiste sono ‘a rilascio lento’ quindi non è importante
solo quello che si condivide negli incontri ma, ancor di più, quello che il confronto ci lascia dentro in termini di stimoli su cui la nostra mente e il nostro cuore – e a volte anche la nostra pancia - continuano a lavorare nei giorni successivi.
Ri-condividere le riflessioni fatte insieme significa, quindi anche, condividere quelle fatte da soli tra un incontro e l’altro.

Il nodo centrale è sempre ‘la nostra vita nell’organizzazione’: narrando l’ esperienzacpersonale è stato inevitabile mettere ancora una volta in evidenza, magari con qualche accento nuovo, il peculiare modo di stare ‘nel lavoro’ di ciascuno dei presenti. Il tratto comune che ci contraddistingue è la consapevolezza - sviluppata anche attraverso il confronto condotto in AllenaMente – del valore del prendersi cura di noi stessi per star meglio e per far stare meglio gli altri o, almeno, ‘non nuocere’.

Spesso, infatti le proprie insoddisfazioni si ripercuotono, seppur inconsapevolmente, sul clima intorno a noi così come, al contrario, un atteggiamento positivo può influire in maniera benefica.

Ci siamo poi chiesti, anche sull’onda dell’articolo di Morin segnalato nel precedente resoconto (http://www.lastampa.it/redazione/cmsSezioni/cultura/201001articoli/51238girata.asp ) se i sistemi (e quindi ‘il sistema’) in cui viviamo, che sentiamo essere vicino alla sua fine, contenga dei germi visibili della sua possibile metamorfosi.
Abbiamo provato a mettere in fila prima quelle che ci sembrano essere forze traenti verso la fine identificandole principalmente in:

- viviamo come ‘sedati’ nel ruolo prevalente di spettatori-consumatori che hanno rinunciato a vivere ‘in proprio’ delle emozioni vivendole invece ‘in terza persona’ attraverso immagini che recepiamo passivamente;
- rifuggiamo dal conflitto che, invece di essere visto come processo dialettico dinamico e positivo che consente il confronto con gli altri e l’innovazione, viene percepito solo come aggressione che ci suscita fastidio e ce ne fa desiderare l’immediata rimozione;
- la classe dirigente del nostro Paese (politica e manageriale) mostra grandi carenze in termini di competenze e capacità gestionali e relazionali ma soprattutto di onestà e di responsabilità nel sentirsi chiamati a ‘dare l’esempio’; anche il no profit, che sembrava poter avere un chance in questo senso, perché fortemente radicato in un tessuto valoriale, pare aver abdicato ad una logica aziendale, del profitto e della convenienza individuale o di clan;
- la nostra capacità di indignazione è sempre minore: ci sembra di ripeterci in maniera inefficace lo stesso ritornello da anni e, essendoci progressivamente sensibilizzati (come ai farmaci) a un tale andamento della realtà, il livello dell’ ‘inaccettabile’ in grado di spingerci a una reazione si è molto innalzato. Più frequentemente ci facciamo risucchiare in un atteggiamento di impotenza e di resa;
- le organizzazioni in cui vive la maggior parte di noi sono intrise di tutto questo.

Ma alcuni piccoli focolai di metamorfosi del macrosistema (e quindi dei sistemi al suo interno) sono riconoscibili e noi possiamo fare la nostra parte:
- prendendoci costantemente cura di noi stessi e mantenendo alto il nostro livello di consapevolezza per non trovarsi a ‘fare bene la cosa sbagliata’ quanto piuttosto, nell’ambito delle proprie possibilità di azione, ‘fare cose meno sbagliate’;
- resistendo alla tentazione di lasciarsi andare;
- affermando, prima di tutto con noi stessi, il diritto al benessere e alla qualità della vita di lavoro al quale possiamo contribuire anche con piccoli gesti e la testimonianza quotidiana;
- attivando processi di intelligenza collettiva, sviluppando network e connettendo persone, saperi e mondi diversi per elaborare soluzioni creative dei problemi.

La testimonianza di Rosa che vive una realtà di lavoro piacevole ci ha portato, infine, a enucleare alcuni aspetti che potrebbero caratterizzare una ‘realtà di lavoro felice’:
- la piccola dimensione
- l’elevato livello di professionalità
- l’onesta e la trasparenza nell’agire all’interno e all’esterno
- la passione per il proprio lavoro e un interesse non solo economico
- una modalità di lavoro co-operativa per il raggiungimento di obiettivi comuni sentiti come propri
- la presenza al lavoro in funzione delle necessità reali e non il mero rispetto di un orario stabilito a priori.

Non è l’elaborazione di un nuovo modello ma certamente un suggestivo spunto di riflessione.