Venerdì, 30 Giugno 2006 16:50

Cool hunting nelle riserve di energia In evidenza

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Per la rubrica Trends & Zen
di Domenico Fucigna (TEA/TIP)


Affronto una questione enorme, cercando di portare un contributo da cool hunter. Lo scopo, quindi, è quello di restituire un quadro molto sintetico su una materia vasta e complessa, con implicazioni tecniche e scientifiche formidabili, sulla quale si concentrano interessi ed investimenti immensi. Fuori dalla portata di chiunque. Raccogliere un precipitato di informazioni minime, che consenta di delineare un piccolo scenario, da tenere sulla punta delle dita, per avviare in autonomia le verifiche e gli approfondimenti che si vorranno.


Tra i governi di tutto il mondo, gli scienziati e i premi nobel c’è chi dice 10, chi 20 e chi 30. Nessuno dice più di 30: fra trent’anni il petrolio sarà finito. O, comunque, non sarà sufficiente al fabbisogno mondiale. E con esso si esaurirà anche la prima fonte di energia del mondo occidentale e della sua civiltà.
Prendo lo spunto dallo splendido libro di J. Leggett “Fine della corsa”, presentato da MZ la scorsa settimana.
Conobbi Leggett a Rimini nel 2005, nel corso delle Giornate di Studio del Centro Pio Manzù. Leggett si distingueva tra tutti i relatori per la semplicità, l’efficacia e la praticità delle tesi che sosteneva.


Si deve ricordare che gli ospiti delle giornate di studio erano Ministri del Petrolio dei Paesi Arabi, della Cina, il Segretario generale dell’Opec, Amministratori delle multinazionali del petrolio e del nucleare, scienziati, premi nobel e così via: i maggiori esperti mondiali nel campo dell’energia, in generale.
In estrema sintesi: tutti concordano sul dato che, tra ritrovamenti di  nuovi giacimenti e migliore efficienza nello sfruttamento di quelli esistenti, disponiamo di petrolio sufficiente a produrre energia per altri 15/30 anni (ma c’è chi dice meno).
Dove cominciano i disaccordi? Sui provvedimenti, le soluzioni, le politiche che i governi del pianeta (sembra di vivere in un racconto di Asimov) dovrebbero adottare per evitare gli scenari apocalittici che tutti paventano.


Sulle soluzioni possibili si dividono alcune scuole di pensiero. Elenco rapidissimamente le principali scuole, con pro e contro:
1 Scuola del ritorno al nucleare. Pro: costi di produzione in linea con gli attuali; disponibilità illimitata. Contro: costi ambientali alti per stoccaggio delle scorie e per rischio incidenti; inquinamento termico; tempi lunghi per la realizzazione delle centrali (10-15 anni). 
2 Scuola del carbone pulito (?). Pro: costi in linea con gli attuali; facile conversione delle centrali. Contro: alta produzione di CO2 che, per non gravare sull’effetto serra, andrebbe stoccata in fondo agli oceani o nel sottosuolo, a grandi profondità (lo immaginate?); rimane la dipendenza da una fonte esauribile; problemi di rifornimento per molti paesi.
3 Scuola del gas naturale. Vedi Scuola del carbone con minori problemi di produzione di CO2 e altri fumi.
4 Scuola delle fonti rinnovabili e dell’idrogeno liquido. Con una piccola forzatura tengo insieme questi due orientamenti, perché la produzione di idrogeno liquido rappresenta il modo per stoccare l’energia solare, eolica o altro. E’ un mondo estremamente complesso e perciò mi riferirò solo al termosolare. Semplifico al massimo: d’estate la produzione di energia termosolare è in esubero: la parte che eccede viene utilizzata nel processo di produzione dell’idrogeno, che può essere stoccato e utilizzato nei momenti o nei luoghi del bisogno. Pro: zero emissioni di CO2; zero inquinamento termico; fonte non esauribile; indipendenza energetica. Contro: alti costi di installazione iniziale; bassa efficienza e, di conseguenza, grandi aree coperte di pannelli solari.


Torniamo al prof. Leggett. Il passaggio centrale della sua tesi si può riassumere come segue: se ogni abitazione si dotasse di pannelli solari fotovoltaici in quantità sufficiente al proprio consumo famigliare (pari a circa 8 mq di pannellature), avremmo risolto il problema nella dipendenza dal petrolio per la produzione di energia elettrica e la questione delle grandi aree da destinare alle centrali fotovoltaiche.
Per quanto riguarda il costo di installazione iniziale: in quella stessa occasione, il Ministro per il petrolio cinese e Vicepresidente del Consiglio sul Petrolio Mondiale, Wang Tao, annunciava  l’avvio di un poderoso piano di investimenti del Governo Cinese nella ricerca sul fotovoltaico e sulle fonti rinnovabili, con l’obbiettivo di rendere la Repubblica Popolare Cinese indipendente dal petrolio, per quanto attiene la produzione di energia elettrica, entro il 2016. Altre fonti già avvertono che la Cina si sta preparando ad inondare i mercati occidentali con l’offerta di pannelli solari a basso prezzo (circa 200 euro a pannello contro i circa 1000 attuali). Ecco che anche la questione dei costi iniziali di installazione viene meno.


Il vero problema da risolvere, pare di capire, non è quindi né tecnico né economico. Paradossalmente, il problema non è tra le argomentazioni “contro”, bensì tra le argomentazioni “pro”.
Il problema è che ogni abitazione, ogni famiglia può rendersi autonoma nella produzione di energia elettrica, semplicemente installando 8 mq di pannelli solari fotovoltaici. Ma questo significa svincolare il sistema produttivo e la popolazione da un regime di controllo esercitato attraverso la fornitura di energia. La produzione e distribuzione di energia è indissolubilmente legato al concetto di “centrale”. Grazie alla centralizzazione si può veicolare l’energia secondo obiettivi stabiliti, economici o politici.


Quindi, cinicamente ma realisticamente, perché si affermi il solare, la ricerca deve risolvere questo problema: come centralizzare l’energia prodotta con un sistema diffuso come quello descritto. Come riportare il controllo di un settore altamente strategico nelle mani della politica?
Oppure: con quale altro sistema di controllo politico può essere, altrettanto efficacemente, sostituito?


Siamo messi bene…


di Domenico Fucigna (TEA/TIP)

Letto 16425 volte Ultima modifica il Venerdì, 13 Aprile 2012 15:39

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