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Mzcafe con Maurizio Tarquini PDF Stampa E-mail
giovedě 22 maggio 2008


“Chi semina vento

genera fermento”


di Letizia Migliola


Siamo arrivati al nostro terzo Cafè, un nuovo filo della ragnatela di vissuti manageriali e personali tessuta per catturare idee, emozioni, esperienze interessanti e significative.
Giovedì 8 maggio, consueta cornice accogliente e stimolante di Bibli.
Immaginatevi la scena: un manager in maniche di camicia, sprofondato comodo in una sedia su una specie di palco improvvisato, davanti a lui un manipolo di uomini e donne ora attenti, ora un po’ distratti, ora divertiti, ora assorti, chissà, in imprevisti flashback.

tarquiniLui parla, gesticola, talvolta si ferma imbarazzato come in preda ad un attacco della timidezza dichiarata in anticipo, quasi ad esorcizzare un “nemico” con il quale si è imparato a convivere.

Ci racconta la sua vita, partendo dai sogni poi delusi di ragazzo e insieme alle sue vicende personali e professionali riviviamo un pezzo di storia, di sentire umano e politico – perchĂ©, ci dice Cesare Pavese, La politica è l’arte del possibile. Tutta la vita è possibile – fatto di slogan (quel Mortillaro che da sconosciuto “boia” dei gridi di piazza diventa poi “maestro” di vita professionale, capo avversato ma anche ammirato per l’altissima intelligenza e per il grande senso liberale che promanava), di scelte coraggiose (l’abbandono della multinazionale, il primo lavoro, dopo qualche mese per insofferenza per la  sudditanza psicologica che si respirava verso i giovani capi americani – “oggi una scelta così i giovani, per la sofferenza del mercato del lavoro e delle dinamiche sociali che stiamo vivendo, non se la potrebbero piĂą permettere a cuor leggero”), di grande fiducia (“nel periodo che ho trascorso in Ferrovie dello Stato ci credevamo davvero nel fatto che il nostro lavoro poteva ristrutturare e risanare una SocietĂ  che era ed è un pezzo importante del Paese”).
E’ un racconto che mescola biografia a riflessioni sparse sui valori che determinano le scelte.


PASSIONE E FIDUCIA

Uomo di grandi passioni, il Tarquini, talvolta frustrate. Come il calcio da ragazzino, il sogno di essere un campione fino a che un allenatore onesto e brutale stronca l’illusione di fama e carriera. E poi la Storia, eletta a Facoltà da scegliere all’Università prima della scelta repentina e “razionale” di iscriversi a Statistica, chissà cosa abbiamo perso e guadagnato nel cambio... E ancora la politica, raccontata come escamotage per aumentare il sex appeal ma in realtà vissuta nell’intimo, lenti colorate con le quali guardare il mondo.
E’ la mancanza di passione, non sua ma dei una parte dei  professori, che lo delude nella UniversitĂ , lo sperimentare da vicino l’ignavia e l’atarassia di alcuni “baroni” non solo noncuranti degli studenti ma anche molto poco “presi” dalla propria disciplina. Come si può immaginare che i giovani sviluppino vivacitĂ  culturale, interesse all’approfondimento, cura per le propri conoscenze e competenze se i “modelli” erano e sono anche questi?

E quando alla passione si unisce la fiducia, ecco sbocciare la progettualitĂ , linfa del progresso, motore di ogni innovazione, futuro nel nostro presente. Fiducia vuol dire anche “darsi fiducia”, lasciare che il tempo, la riflessione, le esperienze e i cambi di punti di vista alimentino i nostri progetti, producano “evoluzione”. Non esiste la “killer application”, quella che Maurizio ha visto cercare e ha provato a  ricercare in Telecom per sbaragliare la concorrenza: ciò che si uccide davvero con questo approccio rapace e sincopato è proprio la creativitĂ , la ricchezza dell’intuizione che viene da lontano, assimila, riflette, contamina, riflette ancora, poi abbandona, lascia fermentare, e poi ricomincia da capo, con tempi e modi tutti suoi. “Siamo la prima generazione che non ha fiducia nei propri figli”, ci dice Maurizio, “che non lavora per creare loro le opportunitĂ  di generare progresso, concentrati in un “noi, qui e ora” che ci impoverirĂ  tutti”.


RISPETTO E PARTECIPAZIONE
Si racconta, Maurizio Tarquini, e ci confessa come il concetto di rispetto, per gli altri ma anche per se stesso, sia per lui fondamentale. E’ il rispetto che ha sempre guidato le sue azioni da manager, rispetto per l’identità personale e professionale dei propri collaboratori e quindi ricerca concreta del confronto e del contributo, anche e soprattutto “dissonante”. E qui si lancia in una insolita e convincente apologia del “non lo so”, coraggiosa e desueta risposta che identifica un manager che nel proprio ruolo vuole stare in maniera sostanziale e non formale, che non ha timore di ammettere incertezze e nello stesso tempo dichiara la propria disponibilità a ricercare, possibilmente insieme, il pezzettino di informazione mancante. La platea di Bibli rumoreggia e si anima a questo passaggio, qualcuno racconta di un vissuto nel quale i manager non sono affatto così disponibili ad imparare e tanto meno interessati a ricevere pareri contrari al proprio. Maurizio resiste, lancia sul tavolo il tema di quanto siano i manager arroccati o invece, forse, i collaboratori ormai rassegnati e stanchi e di come quindi sia difficile pensare di cambiare uno stato di cose apparentemente o realmente fossilizzato se nessuno mai comincia da qualche parte, se si resta in attesa di chissà quale momento o mossa risolutiva. E’ il tema della partecipazione, che se vogliamo è rispetto di se stessi, collegato ovviamente in maniera direttamente proporzionale alla fiducia ma che possiamo risvegliare facendo leva su un’altra dimensione valoriale che ha tenuto banco nella serata, la responsabilità.


IMPEGNO E RESPONSABILITA’
“Nel corso di Statistica all’Università paradossalmente andavamo meglio noi che venivamo dal Classico che chi era uscito dallo Scientifico: perché, consapevoli del gap da colmare, ci impegnavamo di più”. L’impegno è una dimensione professionale ma anche “di vita” da recuperare: testimonia il rispetto per le cose che facciamo, è necessario anche quando siamo coinvolti in qualcosa che ci piace, perché anche in questo caso i risultati non sono automatici. Ci vuole impegno, attenzione, cura e ci vuole senso della responsabilità. Maurizio ci ha parlato di partecipazione come di responsabilità: partecipazione in senso lato, all’interno della nostra realtà professionale, come opportunità/necessità di dire la propria anche quando sembra disallineata rispetto all’opinione corrente e nell’ambito della nostra vita sociale, diventando sensori più intelligenti ed esigenti di quanto ci accade intorno e anche “attori” per quello che è possibile.

Quindi in un certo senso “ci tocca”: dobbiamo sentire il dovere, noi che abbiamo la fortuna di ricoprire posizioni rilevanti nelle organizzazione e che coltiviamo una sensibilitĂ  particolare per le persone e le “cose” della  vita, di immaginare quale possa essere il nostro pezzetto di contributo e darlo. Questa, ci dice Maurizio, è la strada per un cambiamento culturale, professionale, sociale radicale e duraturo. Non rapido, questo no, ma se ci mettiamo in questa prospettiva e ciascuno comincia a essere e fare quello in cui crede, piccoli gesti ma ogni giorno, vivremo in maniera piĂą autentica la nostra esperienza e lasceremo il segno. Finiamola di aspettare il Grande Risolutore dei problemi, o il momento giusto o di sentirsi meno schiacciati da una realtĂ  che un margine per sgusciare via ce lo lascia sempre.
Ognuno il suo pezzetto, è questo il messaggio.

E’ arrivata quasi mezzanotte e Maurizio non ci ha raccontato il suo, di pezzetto. Si chiama Piazza Copernico (www.piazzacopernico.it ), Società di cui è stato presidente fino allo scorso aprile, ed è il concretizzarsi di tutti i “sogni” di essere e di fare che ci ha raccontato. Un’organizzazione al servizio dello sviluppo del potenziale delle persone e delle organizzazioni, dell'occupabilità e del benessere organizzativo, sociale ed economico per attivare e favorire i cambiamenti agendo attraverso le forme della condivisione e costruzione partecipata dei saperi. Che progetta e realizza interventi finalizzati alla gestione e allo sviluppo delle abilità proponendo una visione del modello manageriale e delle gestione d’impresa centrato sulla capacità di esprimere competenze, di produrre innovazione, di incidere sui vissuti e di generare fermento.
Questo ci dice Maurizio Tarquini, o comunque il rivoluzionario timido devoto a Copernico che è in lui: dobbiamo generare fermento.

"(...) Cara Fern,
la solitudine che lei sente si cura in un solo modo, andando verso la gente e <<donando>> invece di <<ricevere>>. (E' la solita sacrosanta predica). (...) Si tratta di un problema morale prima che sociale e lei deve imparare a lavorare, a esistere, non solo per sé ma anche per qualche altro, per gli altri. Finché uno dice <<sono solo>>, sono <<estraneo e sconosciuto>>, <<sento il gelo>>, starà sempre peggio. E' solo chi vuole esserlo, se ne ricordi bene. Per vivere una vita piena e ricca bisogna andare verso gli altri. E questo è tutto (...)"
Cesare Pavese
(Lettere, Einaudi, 1996)

Letizia Migliola
 
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