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Che cosa sta capitando? PDF Stampa E-mail
giovedì 29 marzo 2007

Che cosa sta capitando?



A pensarci bene sono un paio di decenni che mi faccio questa domanda.
Che sta capitando?
È forse un buon segnale del fatto che avverto che sta capitando qualcosa.
Un sacco di gente pensa che non stia capitando niente.
Vuol dire che la percezione si è addormentata. Forse mangiano troppo. Forse bevono troppo. O si fanno troppe canne.
I carrelli pieni al supermercato. Riusciremo a smaltire tutte queste provviste? C’è rischio di ingrassare il cervello? E di annacquare i sogni che ci abitano?

Io impazzisco ogni volta che la vita mi ripropone questo tema. Che cosa sta capitando? Impazzisco di eccitazione. Perché il mio cuore desidera che il tempo partorisca se stesso. Che vengano alla luce i polloni che sono racchiusi nel suo grembo. E che si possa scoprire qualcosa di più di questa vicenda straordinaria che è la nostra vita sul pianeta Terra.

Verso la fine degli anni Ottanta ho avuto le prime sollecitazioni. Sotto forma di intuizioni, desideri, vaneggiamenti.
Più avanti ho sentito un’attrazione speciale da parte di coloro che volevano inventarsi un lavoro. Era la ripresa dell’avventura umana.
Capisci? Era fantastico. Non si pensava più al proprio futuro in termini di “un sicuro impiego nell’organizzazione statale”, ma si voleva far fortuna, trovare l’America e diventare Qualcuno!

Non ho mai sopportato la società come organizzazione degli umani a mo’ di formicaio, o peggio, come un allevamento di polli e conigli. Polpettone in abbondanza, ma nessuna scorribanda nel territorio pericoloso e inesplorato fuori del recinto… Ingrassati per essere mangiati, inconsapevoli affogati nel proprio grasso.

I ragazzi che s’inventavano un lavoro, le persone che scappavano dalle grandi imprese per mettersi in proprio, e il desiderio di esprimersi nel lavoro con cui ci si guadagna da vivere, tutto questo mi faceva vibrare il cuore in maniera irresistibile.

Io da ragazzino sognavo i romanzi d’avventura. Non potevo accettare che la vita finisse in queste grandi opere di addomesticamento.
Per me, l’impresa creativa non era un modo più furbo di far fortuna sul mercato e con la concorrenza. Era il modo di rendere appassionante e avventurosa quella stupida faccenda che si doveva guadagnare dei soldini per pagare le bollette e la benzina, necessarie per la tua leggenda personale.

Un grande amore si era innescato in questa vicenda. Proprio su questa lunghezza d’onda. Ma proprio su questo è naufragato. Lasciando una grossa ferita. Ho accettato di dolere fino all’estremo. E ho imparato a fare di questo una nuova fonte di energia.

E oggi io penso che tutto quello che abbiamo acquisito in fatto di saggezza e spiritualità non va preso come uno zucchero di canna con cui addolcire le nostre tisane evitando le emozioni più forti.
Abbiamo reagito a una pressione stressante che nasceva dall’appiattimento e l’unidimensionalità del sistema. Ma non per fare i convalescenti a vita. Non per ritirarci nei paradisi annacquati della beatitudine accomodante.

Ci siamo liberati dall’alienazione stressante per correre la cavallina. Per cercare l’America, per creare il Nuovo Mondo, per essere pronti ad affrontare veri pericoli, vere sofferenze, in vista di grandi mete. Non per carezzarci il plesso solare. Ma per aprire gli spazi di una nuova epoca piena di senso.

 
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