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La via cinese alla responsabilità sociale d'impresa PDF Stampa E-mail
giovedì 01 giugno 2006


"Sostenibile"

a cura di Antonella Tagliabue
amministratore Delegato di Un Guru






La via cinese alla responsabilità sociale d’impresa



Alcuni giorni fa è stata annunciata la nascita della Chinese Association for Corporate Social Responsibility (CACSR), che verrà costituita formalmente il prossimo agosto, ma alla quale 20 aziende hanno già comunicato la loro adesione.


L’annuncio motiva l’iniziativa come un contribuito alla lotta alla povertà. Il progetto prevede l’invio di 100 esperti in aree rurali, e la donazione di 100 PC alle scuole rurali ogni anno.


Tra i promotori dell’iniziativa le filali locali di grandi multinazionali, come HP, Nokia, IBM e CISCO e aziende cinesi quali the China Pingan Insurance Company, TLC Corporation, e China Merchants Bank.
La nascita della CACSR rappresenta un segnale e, per molti versi, una conferma di alcune tendenze in atto.





Innanzitutto che la CSR o Responsabilità Sociale di impresa rappresenta in questo momento “the name of the game”, una moda manageriale e un ottimo strumento per campagne marketing e comunicazione, che rispondono alle crescenti esigenze della aziende di strumenti per la creazione di una comunità di valori attorno al loro brand.
Conferma inoltre, meno cinicamente, che una strategia di lungo periodo non può non considerare il fatto che la crescita e lo sviluppo economico dovranno necessariamente avere anche una dimensione sociale e ambientale, non fosse altro per il fatto che consumatori e clienti lo chiedono e che viviamo in un mondo globale, diverso da quello conosciuto fino a poco tempo fa.


Attualmente le prime 500 multinazionali gestiscono il 70% della ricchezza mondiale e, pur rimanendo l’impresa l’organizzazione cui la società affida il compito di creare prosperità e profitto, in questo scenario l’azienda assume una dimensione necessariamente più pubblica. A questo proposito, dopo “OK”, “Coca Cola” è la parola più conosciuta al mondo.


Ma al di là delle tendenze, la nascita dell’associazione cinese fornisce anche un’importante spunto di riflessione.
Innanzitutto che è sbagliato l’approccio di chi considera la Cina come un paese e un mercato arretrato, dove regole e principi che dovrebbero essere alla base dell’agire nei paesi cosiddetti sviluppati non valgono, una sorta di immensa zona franca in cui tutto è possibile.


Così come non è più sostenibile l’idea di un grande mercato che sia da colonizzare con prodotti più moderni e avanzati.
E’ oramai assodato che la produzione di moltissimi prodotti e servizi cinesi e anche di alta e altissima qualità, in settori strategici quali ad esempio le tecnologie.
Inoltre, come da tanto tempo si sente lamentare, la produzione cinese è in diretta concorrenza con quella di settori che sono stati tradizionalmente forti e rilevanti in Italia, pur con un costo del lavoro che è un ventesimo di quello del nostro paese.
E bisogna poi considerare che la Cina è in realtà integrata nella comunità internazionale e aperta alle relazione in maniera molto più forte e decisa che in qualsiasi altro momento della sua storia.


Lo scorso novembre 2005 si è tenuto a Shangai il Global Compact Summit, l’evento che ha fatto il punto della situazione sull’adozione del Global Compact dell’Onu, l’iniziativa lanciata da Kofi Annan che chiede alle aziende di aderire a 10 principi in materia di rispetto dei diritti, dell’ambiente, oltre a un coinvolgimento relativamente agli impatti sociali dell’attività di impresa e alla lotta alla corruzione. Il Global Compact (Un-Guru è stata tra le prime società in Italia ad aderire) rappresenta un passo importante perché, per la prima volta, un’istituzione come l’ONU dialoga direttamente con le imprese, senza la intermediazione dei governi o di enti pubblici, stabilendo un canale diretto di comunicazione.





Il summit che si è tenuto in Cina è stata l’occasione per dimostrare come, anche per quanto riguarda i temi della CSR, vi è una chiara consapevolezza che l’etica d’impresa è un nodo fondamentale per lo sviluppo.
Tanto è che il Summit ha permesso di conoscere iniziative innovative, come ad esempio la prima conferenza annuale, che si è tenuta sempre nel novembre 2005, delle industrie asiatiche che si sono interrogate e scambiate prassi e conoscenze su quella che, anche in occidente, viene considerata la nuova frontiera della Responsabilità Sociale di Impresa, vale a dire il reale coinvolgimento dei fornitori. Si tratta di un’evoluzione naturale che vede le imprese dapprima impegnate verso il cliente, proponendo prodotti e valori che dimostrino l’impegno sociale e ambientale ma che poi, se l’adozione di strategie sostenibili è coerente e non solo un’operazione di immagine, impone di risalire la catena di fornitura e coinvolgere tutti coloro che partecipano alla realizzazione del prodotto o servizio.


Un altro dato interessante che sembra emergere dall’iniziativa cinese di creare una locale associazione è la conferma che la CSR nasce nell’ambito delle grandi imprese.
E questo non significa che le piccole imprese non siano responsabili, ma che la responsabilità richiede risorse economiche, umane e di tempo, una struttura adeguata e un forte orientamento al marketing.
Tutto ciò rappresenta un importante spunto di riflessione, ancor più forte nel nostro paese dove il 99% delle imprese è micro e l’imprenditorialità è indissolubilmente legata alla figura della persona dell’imprenditore, piuttosto che alla capacità dell’organizzazione impresa.


In questo quadro la responsabilità sociale potrebbe rappresentare una grande opportunità per le aziende italiane, da sempre concentrate sul valore “qualità” del loro prodotto ma troppo poco sulla dimensione etica della piccola impresa e del modello dei distretti. Ma, al di la degli scenari futuri per le aziende italiane, è da registrare positivamente il fatto che la responsabilità sociale di impresa possa rappresentare un luogo d’incontro comune e un linguaggio condiviso di dialogo con un mondo che spesso viene considerato, a torto, contrapposto al nostro.
 
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