Domenica, 09 Febbraio 2003 00:00

Desiderio d'impresa

Scritto da  ManagerZen
Vota questo articolo
(0 Voti)
Non lo so esattamente come stiano le cose. Quello che so riguarda me.
Da ragazzino stavo in Toscana. Era una vita piuttosto selvaggia. Se stavi tutto il giorno per le campagne e nei boschi, a inseguire sogni e animali. O anche ad andare a zonzo e lasciarti sorprendere dalle emozioni.

eugenio.jpg 
E nessuno aveva niente da ridire. Forse semplicemente perché vederti solo a pranzo e a cena dava meno fastidio. Erano giornate avventurose. Afferravi uno spunto. O quello afferrava te. Ti veniva il desiderio e tu ti buttavi. Magari uscendone con le gambe ferite e con qualche contadino che ti inseguiva perché gli avevi rubato la frutta.

Sì, è vero, quasi sempre qualcuno aveva da ridire, alla fine. O perché avevi combinato qualche pasticcio e venivano a chiedere i danni, o esigevano almeno che te le dessero di santa ragione. Questo non era bello. Ti restava sempre il sospetto fondato che eri cattivo. Una pellaccia. "Pelle" mi chiamavano. Il che voleva dire che ne combinavo di cotte e di crude.
Io, ora so che ero innocente. Che seguivo semplicemente il flusso della vita.

La mia famiglia non era di quelle che si vedono in televisione. Mi volevano bene. Ma era qualcosa di sostanziale. Due volte al giorno mia madre me le dava. E quando sono diventato più grande, che le mani non bastavano, venne fuori la cinghia. Non l'ho mai rimproverata per questo. Faceva parte della vita di tutti i giorni, come il sole, l'aria e la pioggia.
Avevo la libertà di uscire di casa e di andare per campagne e boschi e rivi. E una volta fuori, tutto era sorprendente e avventuroso. Non ero, né io né gli altri, un pollo d'allevamento. Col mangime a orario regolare e la gabbia.
Se sognavo di giocare agli indiani, mi facevo la capanna, gli archi le frecce con le canne e radunavo gli altri ragazzini. Poi era tutto un correre, cacciare e combattere. Al rintocco della campana si rientrava nei ranghi. E a tavola non si parlava certo delle mie avventure. Anzi non si parlava neppure.
L'impresa per me è avventura ed esige tempi e spazi liberi. Al limite tutto il tempo e tutto lo spazio libero. Senza supervisori, senza controlli. Se ci sono aspiranti a questo ruolo, sfuggirli. Quelli ti dicono ciò che devi fare - più esattamente: quello che non devi fare - Non saranno mai alleati del tuo desiderio.

E allora ritengo che sia un passo creativo tirarsi fuori dai ranghi, dalle organizzazioni, dalle regole, dalla buona educazione, dalla civiltà intera, per andare nello spazio libero e selvaggio dove trovi i tuoi sogni e dove loro trovano te. Alcuni si licenziano per farlo. Altri, senza prendere decisioni così drastiche, si ricavano uno spazio virtuale dove pensano e cucinano le loro fantasticherie al riparo da ogni interferenza. In attesa di scattare e combinare la loro marachella.
Se ti lasci interpellare tutto il giorno dalle richieste degli altri - i tuoi genitori, il tuo capo, il programma trimestrale della tua azienda - come fai a sentire la voce della tua impresa?

Ce l'hai uno spazio tempo in cui esamini quanto ti piacciono davvero le cose che stai facendo e che ti fanno fare? Ce l'hai un pensatoio segreto dove fai i conti con te stesso, con il senso di disagio o di inquietudine che ti serpeggia dentro? Pensi che te lo suggerisca il telegiornale delle 20?

Crearsi uno spazio selvaggio, dove ascoltare la voce del cuore, e dove almanaccare con il cervello. Questo mi sembra importante per avere una proprio impresa avventurosa. Si può cominciare a qualsiasi età. Forse c'è un orologio biologico, ma non c'è un orologio che stabilisca che non è più l'età dei sogni e delle imprese.
L'impresa è sempre un'impresa personale, sia che vai a lavorare all'Oreal sia che ti metti in proprio. L'impresa di un altro fa di te un gregario. Puoi avere un compagno d'avventure, o anche parecchi compagni. Ma non si tratta di gregari. E' tutto un altro discorso. 
 

donnablu-guarini.jpg

Dovunque tu sia, di fatto, se senti il richiamo di una tua impresa, che riguarda il senso della tua vita, che concerne la domanda sulla felicità che tu ti fai, creati uno spazio in cui arzigogolare liberamente.

Un luogo in cui consenti alla tua tristezza di venire a galla, ai tuoi sogni di mostrarsi. Un luogo dove puoi covare i tuoi programmi, i tuoi progetti.  

 

 

 
L'impresa creativa nasce dal contatto di te con te. Con il tuo genio, il tuo daimon, o se vuoi, con il tuo angelo.
L'orario di lavoro non te lo consente? Alzati un'ora prima e ricavati questo spazio. Devi pensare a te, in termini di gioia di vivere personale. Non serve a nulla continuare a lamentarsi per anni a sentirsi vittima impotente del destino. Sono balle. Se vuoi vivere una vita piena e creativa devi poterla immaginare, al riparo dalle richieste che da ogni parte di proibiscono di pensarci.
Vedi? Non ti sto invitando a migliorare l'ambiente del tuo posto di lavoro. Questa è una cosa bellissima, ma viene dopo. Prima viene la risposta alla domanda che sei tu. Sei felice dove ti trovi e con quello che fai? Se non sei felice - sii onesto - qual è il sogno che viene sbeffeggiato ogni giorno? Qual è il sogno che tu covi dentro le tue ossa? Dittelo a chiare lettere. Urlalo agli dei nel tuo ripostiglio segreto. Spara a ruota libera. Devi sapere quello che ti potrebbe dare una vita piena e avventurosa. Devi guardarlo in faccia, quali che siano le condizioni e i condizionamenti esterni.

 

Eugenio Guarini, è pittore e autore di una newsletter che riunisce e da voce a molte persone in cerca. Per conoscere le sue opere e ricevere le sue newsletter scrivigli: Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. E' necessario abilitare JavaScript per vederlo.

Letto 8224 volte Ultima modifica il Venerdì, 13 Aprile 2012 15:39
Altro in questa categoria: « Impresa e creatività