Martedì, 21 Giugno 2005 00:00

Festival musicale

Scritto da  ManagerZen
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Un giorno Fergus era provato.Stanco, con qualche disturbo intestinale. Le gambe un po' deboli. Aveva trascorso la mattinata da solo, camminando all'ombra, vicino al corso d'acqua.


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Camminava adagio, respirava a fondo e lentamente. Aveva lo sguardo sereno, fiducioso. Immaginava le forze cosmiche che lo ricostruivano, che curavano le ferite e riportavano la salute dentro il suo corpo.
In queste circostanze Fergus parlava in maniera meno scattante. Si lasciava convincere a sedere e ragionare con un linguaggio più disteso.

Mi sedetti vicino a lui, all'ombra del grande cedro secolare, nel parco del castello. Incominciai a dipingere senza eccedere nei toni drammatici della voce lo scenario che vedevo. La globalizzazione, gli sviluppi della tecnologia, la concorrenza sempre più spietata, le masse dei diseredati, i poveri, le malattie, l'inquinamento del pianeta, lo sviluppo insostenibile, le divisioni, la difficile integrazione, il fondamentalismo, il terrorismo, le migrazioni, le paure, l'aggressività, la difficoltà di trovare lavoro anche nei paesi ricchi, le persistenza di vecchi modelli di comportamento, e non mi sarei fermato se non avessi visto che i segni della sofferenza del suo corpo gli stavano irrigidendo il volto…
Gli lasciai il tempo di distendere la fronte, di ritrovare il ritmo più pacato del respiro. Anche se dolorante, Fergus irradiava pace, abbandono e fiducia. Non era il Fergus dagli occhi infuocati e dai gesti bruschi e sprezzanti che conoscevamo di solito.
Allargò le mani lentamente, perdendo lo sguardo nella distesa del parco.

- Vuoi dire che si sta preparando una catastrofe, vero?
Che probabilmente sarà anche più terribile di quelle che la storia umana ha già conosciuto…E ti stai chiedendo cosa puoi fare ...

Fergus trasse alcuni respiri profondi. Il malessere gli rendeva i gesti più lenti e pesanti. Si sistemò meglio, appoggiando la schiena al tronco dell'albero. E cominciò a raccontare…

- Un tempo, nel paese di Flagthorne, venne indetto un grande raduno di tutti i musicisti della regione. Anche Alvin, che suonava il violino con vera passione, vi si volle recare.
Quando giunse nella grande piazza di Flagthorne, il giovane Alvin rimase sconcertato da quello che vide. Migliaia di musicisti, con i più diversi strumenti, si contendevano l'attenzione. Nelle aree centrali c'era il bailamme più sconvolgente. Ognuno suonava il suo strumento a perdifiato, strapazzando i pezzi e perdendo il controllo sulla qualità della musica. Sembrava che si volessero sopraffare reciprocamente facendo più rumore.
In alcune aree, i musicisti passavano direttamente ai diverbi verbali. Era perfino ridicolo vedere musicisti che suonavano energicamente i loro strumenti mentre rivolgevano minacce e insulti ai loro vicini. C'era una grande aggressività nella piazza e la musica aveva perso completamente il proprio senso.

Le guardie cittadine inveivano e minacciavano, talvolta sparavano in aria i loro archibugi, ottenendo un po' di quiete nel raggio di qualche metro, ma completamente ignorati da quelli che stavano a distanza. E dopo pochi minuti, tutto ritornava come prima.

Il pubblico, che circondava la piazza, urlava e gesticolava, manifestando in maniera scomposta la delusione, la rabbia, il disappunto.

Alvin era sconvolto. Era venuto a Flagthorne per godere della musica e per dare il suo contributo e si ritrovava in un inferno, in un caos. Provò a suonare il violino, ma le note che uscivano da quello strumento da cui si aspettava che il cuore si sciogliesse, erano meccanici suoni metallici, senza alcun significato, senza pathos, senza grazia. La rabbia stava montando anche dentro il suo cuore. Avrebbe voluto usare il violino come un'arma e spaccarlo sulla testa dei vicini. Deluso, arrabbiato, scoppiò a piangere.
Pianse a lungo nel frastuono generale.
Nelle lacrime incominciò a rivedere la sua storia di violinista, rivide la passione e la magia che il violino aveva creato per i suoi sogni e con le persone amiche. Ricordò quante speranze aveva coltivato su quel violino e sulla musica.
Un po' per volta, il fragore attorno a sé diventava più distante.
Intravide una strada.
Volle continuare a concentrarsi su di sé. Sul valore della musica, sulle speranze e sui sogni che aveva nutrito.
Man mano che si concentrava, il rumore si allontanava.
Finché non lo sentì più.
Non aveva più effetto su di lui.
Come chiuso e protetto in una bolla magica, ora era di nuovo in sintonia con l'unica cosa che amava appassionatamente, la musica.
Si cercò uno spazio ai margini della massa infuriata, ai margini della piazza.
E cominciò a suonare, ascoltando solo se stesso e il violino.
La musica emergeva dallo strumento come per magia. Era tenue, eppure la sentiva. Era vicinissima a lui.
Chiuso nella sua bolla magica, continuò a suonare, come se il tempo e tutto il resto non esistesse neanche.

Ecco quello che accadde, un po' per volta.
I musicisti vicini, che erano anche loro un po' ai margini del grande casino, si accorsero della musica di Alvin. Ne furono attratti. La melodia e il ritmo erano belli, entravano nel cuore. Smisero, per così dire, di fare attenzione al grande frastuono della piazza e furono richiamati alla loro passione più vera e profonda, e si unirono al violinista, entrando abilmente negli spazi e nelle movenze di quella melodia, arricchendola, sviluppandola. Attorno ad Alvin si raccolse una sorta di onda musicale, armonica, suadente. Dai margini della piazza quest'onda incominciò a propagarsi, lentamente, ma anche inesorabilmente. I musicisti vicini ne venivano come risucchiati. Abbandonavano il bailamme ed entravano nella bolla musicale, ritrovando se stessi e il gusto per l'arte che avevano nel cuore.
L'espansione dell'onda divenne più rapida.
Per conquistare metà della piazza ci aveva messo un po' di tempo, ma la seconda metà fu rapita in un battibaleno.

Miracolo! La piazza suonava. La musica era bellissima. Il pubblico era rapito, in silenzio. E i gendarmi erano impalati, con la bocca aperta e le lacrime agli occhi.

Fergus smise di raccontare. Si rivolse verso di me.
I nostri sguardi s'incrociarono.
Mi sembrava tutto chiaro.



Eugenio Guarini, è pittore e autore di una newsletter che riunisce e da voce a molte persone in cerca. Per conoscere le sue opere e ricevere le sue newsletter scrivigli: Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. E' necessario abilitare JavaScript per vederlo.
Letto 9868 volte Ultima modifica il Venerdì, 13 Aprile 2012 15:39