Venerdì, 22 Settembre 2006 12:01

Parte 6: L'idea di progresso come idea in sè In evidenza

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Un possibile dibattito su Etica e Complessità. Parte VI.
a cura di Marinella De Simone e Dario Simoncini Cofondatori e Trainer della SEECO


L'idea di progresso come idea in sè


A: Allora anche il progresso, che è un concetto che ci è appartenuto dalla rivoluzione industriale ad oggi, è un concetto di crescita lineare da considerarsi superato?                                     

B: Direi proprio di sì. Il progresso, secondo l’ottica lineare a cui siamo abituati, è qualcosa che avviene secondo modalità prestabilite, e quindi prevedibili.
Il concetto di progresso è quindi ben diverso da quello di evoluzione. Quando noi parliamo di evoluzione, parliamo di lasciare che si manifesti da sé la crescita di qualcosa; sono due concetti molto differenti.

Se noi andiamo ad applicare ad una situazione estremamente relazionata, con molte connessioni, un approccio lineare, significa continuare ad usare lo stesso schema di pensiero semplificatore e riduzionista di cui abbiamo già parlato, con la convinzione di poter controllare un processo che invece controllabile non è e di poterne prevedere il risultato finale; il risultato che si ottiene è invece quello di essere continuamente frustrati nelle proprie aspettative sia predittive che di progresso.

Se pensiamo alla situazione di un’azienda, così come alla politica di un paese, come se fossimo ancora agli inizi del ventesimo secolo, con la stessa mentalità lineare di potere e di prevedibilità, non possiamo che rimanere delusi, frustrati. Questo approccio è ovviamente destinato all’insuccesso.


A: Quindi, per tornare al discorso sulla complessità, è possibile esaminare un mondo complesso continuando ad avere un approccio separativo, ma non si ha nemmeno più il successo che si poteva sperare di avere un tempo, poiché prima si lavorava davvero su situazioni in qualche modo separate, adesso non più.
Il progresso, secondo l’approccio di pensiero lineare, è inteso unicamente come una crescita  di natura economica?

B: In linea di massima direi di sì; esso è inteso come una continua crescita di ricchezza, ed è rappresentabile da vari indici numerici, tra cui ad esempio il PIL, il prodotto interno lordo di un Paese in un certo lasso di tempo.
Una visione lineare di progresso comporta l’idea di una crescita economica che non ammette battute d’arresto; ci si aspetta che continui incessantemente a crescere, mantenendo quantomeno lo stesso tasso di aumento.


A: E quali sono, secondo te, i presupposti che stanno alla base di questo tipo di visione del progresso?

B: I presupposti, a mio avviso, sono vari ed interrelati tra loro. Uno di questi è che il progresso è da intendersi come crescita economica, la quale, a sua volta, viene generalmente intesa come crescita di ricchezza; la ricchezza viene espressa in termini di beni e servizi prodotti, ossia in termini quantitativi.
Il progresso, quindi, si riduce a quantità di beni e servizi prodotti.
C’è da chiedersi, allora, se il progresso per noi uomini è solo questo: l’aumentare, senza mai posa, la quantità di beni e servizi da poter utilizzare.


A: Ma c’è anche chi intende il progresso come nuove scoperte scientifiche, come nuove tecnologie prodotte, come nuove frontiere da poter raggiungere...

B: Certo, anche questo fa parte del concetto di progresso. Tuttavia, a ben vedere, a mio avviso si tende pur sempre a trasformare tutto ciò in nuovi beni e nuovi servizi, con un contenuto tecnologico e scientifico via via più sofisticato; si ritorna così ad un concetto di progresso inteso come quantità di ricchezza prodotta.


A: C’è da chiedersi se questo è il progresso che desideriamo…

B: Proprio così. Esso presuppone, inoltre, che a fronte di un continuo aumento di beni e servizi prodotti vi sia un correlato aumento di beni e servizi richiesti, ovvero che vi siano sempre più bisogni da soddisfare.
Ma come è possibile avere sempre più bisogni da soddisfare? Se ipotizziamo che vi siano a livello sociale sempre più bisogni da soddisfare, ciò significa che vi sono sempre più persone che vivono nel malessere! Sembra un paradosso, eppure…
Per stare meglio, se intendiamo lo stare meglio con il possedere sempre più beni ed usufruire di sempre più servizi, dobbiamo sentirci sempre peggio, ossia sempre più insoddisfatti, con nuovi bisogni, nuove mancanze… E’ un “business loop”, un circolo vizioso degli affari!


A: Allora occorre cambiare il concetto di progresso, che superi il solo aspetto della ricchezza economica.

B: Direi proprio di sì; il concetto di progresso inteso unicamente come crescita economica poteva ancora essere adeguato fino allo sviluppo degli anni successivi alle due guerre mondiali, in cui potevano realmente esserci ancora tra la popolazione bisogni essenziali da soddisfare, come le abitazioni da ricostruire, l’acqua e l’energia elettrica da fornire, i servizi igienici da impiantare nelle case, una maggiore varietà di cibi da mangiare.

Tuttavia, la soddisfazione dei bisogni essenziali ha imposto col tempo la necessità di generare nuovi bisogni, meno essenziali, per mantenere in funzione il circuito economico, attraverso l’induzione di nuove insoddisfazioni cui porre rimedio con nuovi beni e nuovi servizi.
Il progresso, dall’essere considerato un indicatore del processo di miglioramento sociale attraverso il soddisfacimento delle necessità umane, è divenuto esso stesso una necessità umana, in nome del quale sacrificare la socialità.
Ed il concetto di progresso si è via via staccato dal contesto sociale ed economico, per divenire un’idea in sé, un’idealizzazione, quasi un mito della nostra cultura.


A: Cosa intendi dire?

B: Che l’idea di progresso è divenuta un concetto astratto, generale, e come tale avulsa dalla realtà da cui era emersa e nel cui contesto poteva avere un senso.
Quando le idee assurgono a questo livello di astrattezza, spesso diventano resistenti perfino di fronte all’evidenza dei fatti. Diventano convinzioni collettive, avulse da ogni critica anche fattuale. Ecco perché diventano dei miti culturali.

Ora il progresso è finalizzato a se stesso, è il "progresso per il progresso", e non è legittimo chiedersi se è veramente questo che vogliamo, e se i danni che procura, anche a livello ambientale oltre che sociale, siano comunque mali necessari…

Il ridurre il concetto di progresso ad un banale “sempre di più” è il risultato della generalizzazione a tutti i costi di un processo che, a mio avviso, sarebbe bene ri-contestualizzare, riportandolo al suo reale significato nella vita sociale quotidiana, piuttosto che lasciarlo ad un livello quasi metafisico, o “religioso”, come direbbe Serge Latouche, uno dei maggiori critici contemporanei del modello di sviluppo occidentale.
 
Per tornare alla domanda da cui eravamo partiti, il progresso è un concetto lineare, che non tiene conto della complessità delle inter-relazioni umane.
Esso presuppone che il benessere dell’uomo sia raggiungibile attraverso la soddisfazione dei suoi bisogni, e che tali bisogni siano soddisfabili attraverso beni e servizi acquisibili sul mercato; il mercato, pertanto, nel continuare incessantemente ad offrire beni e servizi per il soddisfacimento dei bisogni umani, assolve al compito sociale di assicurare il benessere umano.
Ecco il mito del progresso, ciò che lo rende così intoccabile per noi uomini, tanto da sentirci così piccoli ed insignificanti rispetto ad esso…


A: Tutto questo presuppone un concetto di benessere sia individuale che sociale molto limitato!

B: Certo, e direi anche un concetto di uomo molto limitato!
Se i bisogni di un individuo si possono soddisfare attraverso il consumo di beni e servizi acquistabili sul mercato, ciò equivale a dire che essi presentano una utilità per l’individuo stesso, misurabile nei termini del sacrificio che egli è disposto a compiere per acquisirli.
Il benessere si riduce quindi ad un calcolo da definirsi tra l’utilità ottenibile nel soddisfare i propri bisogni ed i sacrifici da sopportare per raggiungere questo scopo.


A: L’uomo è quindi ridotto ad un “calcolatore” di costi e benefici, chiuso tra interessi da soddisfare e sacrifici da sopportare!

B: Esatto, è l’uomo razionale per eccellenza, l’homo oeconomicus, che massimizza i propri interessi e minimizza i propri sacrifici.
E’ una visione dell’uomo estremamente separativa, sotto tutti i punti di vista: è separato persino da se stesso, con la razionalità calcolatrice separata dalla propria sfera emozionale ed affettiva, la quale non può trovare espressione e soddisfazione in tale contesto.
Ciò che trova espressione in questo ambito sono piuttosto le emozioni negative, di ansia, di stress, di insoddisfazione per l’appartenenza ad un meccanismo che si sente sovraordinato e da cui sembra impossibile potersi staccare, quello del mercato.

Ed è, ovviamente e drammaticamente, separato dagli altri esseri umani, anch’essi trasformati in esseri economici, piuttosto che umani, che a loro volta massimizzano il proprio interesse e minimizzano il proprio sacrificio.
Detto in altri termini, ognuno di loro vuole prendere il massimo dando il minimo quando effettua uno scambio sul mercato, ossia quando entra in relazione con un altro individuo, sapendo a sua volta che l'altro soggetto utilizza gli stessi presupposti, ossia che gli concede il minimo possibile cercando di ottenere il massimo possibile. Non mi sembra proprio una base ottimale di fiducia reciproca per poter stabilire delle relazioni che, oltre che economiche, sono anche e soprattutto sociali e, non dimentichiamolo, umane!

Le relazioni, in questo contesto, anziché essere basate sulla fiducia reciproca, diventano facilmente conflittuali, anzi, sono già fondate su presupposti conflittuali.
Da qui la necessità, spesso invocata, di porre leggi e regolamenti a tutela dell’ “etica degli affari”.


A: Mi pare fin troppo evidente come tutto ciò sia estremamente lontano da una visione dell’uomo complessa, quella che avevamo definito come identità relazionale

B: Sì, ecco perché l’idea di progresso appartiene al paradigma separativo: tutti i presupposti su cui è fondata sono presupposti separativi e non relazionali.
Un altro di questi è, tanto per dirne uno, quello che l’uomo è non solo razionale, ma “naturalmente” egoista, ed in tale contesto lo scambio si riduce ad una relazione in cui si scambiano i propri egoismi e tornaconti personali.


A: Più che una teoria del benessere, sembrerebbe una teoria del malessere!

B: Proprio così! Eppure sopravvive, insieme a tutto quel sistema di credenze su cui fondiamo la nostra esistenza; sono credenze che, proprio per la loro pretesa universalità, paiono ineluttabili…


A: Siamo veramente in un’ottica di sopravvivenza, anziché di vita!



a cura di Marinella De Simone e Dario Simoncini Cofondatori e Trainer della SEECO
Letto 19403 volte Ultima modifica il Venerdì, 13 Aprile 2012 15:39