Giovedì, 12 Febbraio 2004 00:00

Mi impiego ma non mi spezzo

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La grande novità, nella transizione verso la società postindustriale, è la qualificazione del lavoro: dopo aver lavorato fisicamente per millenni, oggi lavoriamo prevalentemente col cervello.

Tra tutte le attività per così dire intellettuali, quelle che occupano un posto privilegiato sono le attività creative. Ma le attività creative si sovrappongono molto facilmente all'apprendimento ed al gioco, cosicché risulta sempre più difficile tenere separati questi tre momenti: il lavoro (creativo), l'apprendimento ed il gioco. Nel momento in cui lavoro, studio e gioco coincidono e si ibridano, ci troviamo al cospetto di quello che De Masi definisce ozio creativo (De Masi, 2000, p. 20). La conseguenza più evidente - e, al tempo stesso, più devastante - è il venir meno dell'orario di lavoro e del luogo di lavoro: nel momento in cui lavoro, studio e divertimento si ibridano e si sovrappongono, ogni momento ed ogni luogo sono buoni per l'attività produttiva. Si lavora al cinema, a teatro, allo stadio, in casa, persino dormendo: "se cerco un'idea, la mia mente continuerà a lavorare sempre, anche di notte" (De Masi, 2000, p. 202).

Ma se il lavoro finisce per coincidere con lo studio e con il divertimento, questo significa anche che il tempo libero si amplia e non è più - in negativo - quel che resta del giorno dopo aver occupato il tempo di lavoro. Se ogni momento ed ogni luogo sono buoni per l'attività produttiva, specularmente si potrà affermare che ogni momento ed ogni luogo sono buoni per dare una risposta a quelli che possiamo identificare come bisogni qualitativi: introspezione, amicizia, amore, gioco e convivialità.

L'ozio creativo, quindi, è flessibile per definizione: prescinde dalla dimensione spazio-temporale, non ha né orari né luoghi definiti a priori. Mentre la rigidità, al contrario, è incarnata dai contratti collettivi, che "servono appunto a dire che dobbiamo stare tutti in una certa ora in un certo luogo" (De Masi, 2000, p. 203). Allora, possiamo realmente parlare di una flessibilità buona soltanto allorché configura un'occasione di ozio creativo.

In caso contrario, se cioè la flessibilità è disgiunta dall'ozio creativo, non possiamo fare a meno di domandarci a chi giova - realmente - questa flessibilità. "Per 'flessibilità', in effetti, gli imprenditori hanno inteso, e intendono, fare il proprio comodo, licenziando chi e quando vogliono. (…) Oggi si comincia a diffondere il lavoro part-time e interinale. Nella maggior parte dei casi si tratta, appunto, di 'lavoretti' mal pagati e insicuri, che finiscono dopo qualche mese o qualche anno senza consentire al lavoratore precario nessuna possibilità di programmare una carriera lavorativa e una vita familiare" (De Masi, 2000, p. 190). Questa è una cattiva flessibilità, una flessibilità ottusa: senza l'ozio creativo, non può esistere nessuna buona flessibilità.

Ma a questo punto, per fare in modo che la flessibilità rappresenti una reale occasione di ozio creativo, appare necessario muoversi secondo due linee di intervento: nel management delle risorse umane e nel sistema educativo.

Per quanto riguarda il management delle risorse umane (e, parallelamente, le relazioni industriali), occorre ripensare radicalmente i sistemi retributivi, che non devono più essere legati al tempo di lavoro. Occorre pensare a nuovi parametri cui legare le retribuzioni. Parametri sicuramente più problematici - in quanto percettivamente meno immediati - del tempo, ma certamente più adeguati ad un tipo di lavoro molto diverso rispetto al modello industriale.

Particolarmente intrigante è sostenere l'idea che la dimensione dell'ozio creativo richieda che le retribuzioni vadano rapportate ad una valutazione psicosociale della prestazione. Ma questa è - appunto - soltanto un'idea (e nemmeno particolarmente originale, peraltro).

Sul versante del sistema educativo, il punto centrale è costituito dal fatto che, affinché la flessibilità diventi occasione di ozio creativo, è necessario che i lavoratori siano in grado di gestirla senza subirla. Occorre, quindi, dare ai lavoratori gli strumenti per farlo. Questo significa che bisogna ripensare anche il sistema educativo. E qui il pensiero corre subito ed inevitabilmente ad Edgar Morin ed ai suoi sette saperi.

In particolare, è plausibile ritenere che l'intellettualizzazione del lavoro postindustriale richieda che siano padroneggiati "i principi di una conoscenza pertinente", nel senso che "è necessario sviluppare l'attitudine naturale della mente umana a situare tutte le informazioni in un contesto e in un insieme. E' necessario insegnare i metodi che permettano di cogliere le mutue relazioni e le influenze reciproche tra le parti e il tutto in un mondo complesso" (Morin, 2001, p. 12). La conoscenza frammentata non appare, infatti, adeguata al lavoro che si fa ozio creativo. La sovrapposizione, l'ibridazione di dimensioni vitali così diverse (almeno per come siamo stati abituati a considerarle nella società industriale) non può essere interpretata attraverso una conoscenza frammentata: lavoro, studio e gioco devono essere ricondotti ad un contesto e ad un insieme: l'ozio creativo, appunto. Ma, per far questo, occorre una conoscenza pertinente.

Un altro punto da sottolineare è come la destrutturazione del lavoro postindustriale richieda la capacità di "affrontare le incertezze". Pertanto, "si dovrebbero insegnare principi di strategia che permettano di affrontare i rischi, l'inatteso e l'incerto, e di modificarne l'evoluzione grazie alle informazioni acquisite nel corso dell'azione. Bisogna apprendere a navigare in un oceano d'incertezze attraverso arcipelaghi di certezza" (Morin, 2001, pp. 13-14). Un lavoro che si libera della dimensione spazio-temporale può far precipitare il lavoratore in un vortice di incertezza, in quanto lo priva delle due direttrici cui l'ha abituato il lavoro industriale. Da qui, l'esigenza di educare ad affrontare le incertezze.

di Roberto Gialdi


BIBLIOGRAFIA
DE MASI D., 2000 "Ozio creativo. Conversazione con Maria Serena Palieri", Rizzoli, Milano.

MORIN E., 2001 "I sette saperi necessari all'educazione del futuro", Raffaello Cortina, Milano.

SANGIORGI G., 1994 "Risorsa uomo e valutazione psicosociale", FrancoAngeli, Milano.


Roberto Gialdi è contitolare dello Studio associato Gialdi e si occupa di amministrazione e gestione delle risorse umane.

 

 

Letto 14138 volte Ultima modifica il Venerdì, 13 Aprile 2012 15:39