Mercoledì, 09 Giugno 2004 00:00

Azienda-avere o azienda-essere?

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Nella società postindustriale, nella quale si affermano esigenze qualitative (amicizia, amore, convivialità, introspezione, creatività), è quanto mai attuale l'opzione tra avere ed essere, proposta da Erich Fromm quasi trent'anni fa: "avere ed essere sono due modalità fondamentali dell'esperienza, il rispettivo vigore delle quali determina le differenze tra i caratteri degli individui e i vari tipi di carattere sociale" (Fromm, 2002, 28).

Per far comprendere la differenza tra avere ed essere, Fromm mette a confronto una poesia di un poeta inglese del XIX secolo, Tennyson, ed uno haiku di un poeta giapponese del XVII secolo, Basho. Mentre, alla vista di un fiore, Tennyson lo strappa con tutte le radici, Basho si limita ad osservarlo. L'atteggiamento di Tennyson è quello dell'avere, del possedere. Al contrario, il comportamento di Basho si situa nel solco dell'essere. "Con 'essere' intendo quell'atteggiamento esistenziale in cui non si ha nulla né si aspira ad avere alcunché, ma si è in una condizione di gioia, si usano le proprie facoltà in maniera creativa, si è tutt'uno con il mondo" (Fromm, 2002, 28-31).

In una dimensione macro-sociale, la differenza si rispecchia in una società imperniata sulle cose (avere) ed una società imperniata sulle persone (essere). In particolare, "l'atteggiamento dell'avere è caratteristico della società industriale occidentale, in cui la sete di denaro, fama e potere è divenuta la tematica dominante della vita" (Fromm, 2002, 32). Non appare avventato, allora, andare a cercare nella società postindustriale - e, soprattutto, nel suo portato valoriale, fatto di estetica, di soggettività, di emotività (De Masi, 2003, 138-140) - aree in cui l'essere possa affermarsi. E una delle dimensioni che è prioritario indagare è sicuramente quella legata alle attività lavorative, quindi l'azienda.

L'azienda-avere, allora, può essere agevolmente identificata nell'azienda centrata sul prodotto. E alla categoria esistenziale dell'avere fa riferimento una modalità alienata di rapportarsi con se stessi, che Fromm esemplifica molto bene attraverso un'analisi linguistica: "Dicendo 'ho un problema' invece di 'sono agitato', si viene a togliere di mezzo l'esperienza soggettiva; l'io dell'esperienza è sostituito dall'impersonalità del possesso. Così facendo, trasformo i miei sentimenti in qualcosa che posseggo: il problema. (…) In altre parole, io ho trasformato me stesso in 'un problema', e adesso sono posseduto dalla mia creazione" (Fromm, 2002, 34-35). Allo stesso modo, nell'azienda-avere sostantivi come lavoro e prodotto prendono il posto dell'esperienza lavorativa e produttiva. Lavoro e prodotto divengono astrazioni indicanti l'attività di lavorare e di produrre. Lavoro e prodotto vengono quindi separati dall'uomo e diventano oggetti sui quali l'uomo proietta il proprio essere lavoratore, il proprio essere produttore. L'uomo, in ultima analisi, cessa di essere lavoratore e produttore e finisce per farsi possedere dal proprio lavoro e dal proprio prodotto.

L'azienda-essere, al contrario, è quella centrata sull'uomo. Ma, affinché l'input frommiano possa configurare - quasi marxianamente - un'autentica filosofia della prassi, è necessario declinare il concetto di azienda-essere in chiave organizzativa e gestionale. La centralità dell'uomo, infatti, rimanda alla comunicazione e all'organizzazione.

In particolare, la comunicazione deve essere "intesa come l'instaurarsi di canali di trasmissione di dati e di messaggi (ma anche di costruzione di atteggiamenti e di motivazioni) che costituiscono il tessuto connettivo, sempre più orizzontale piuttosto che verticale, del sistema azienda". In questa ottica, i sistemi organizzativi devono essere ripensati radicalmente rispetto alla tradizione industriale di matrice tayloristica: le procedure devono essere flessibili, la comunicazione deve essere veicolata attraverso canali prevalentemente orizzontali, l'azienda - soprattutto - deve diventare azienda-rete (Burello, 1995, 16).

Si tratta, evidentemente, di una vera e propria rivoluzione gerarchica, perché la gerarchia che viene a stabilirsi non è più quella classica, verticale, ma diviene orizzontale: "Il fattore 'gerarchia' non scompare in un sistema a rete; semplicemente si definisce a partire dalle risorse informative e comunicative a disposizione dei soggetti" (Mascilli Migliorini, 1995, 47). Nella pratica, questo avviene attraverso i nodi della rete ai quali la comunicazione affluisce e dai quali la comunicazione viene ridistribuita. Ogni persona o gruppo di persone presente nell'organizzazione costituisce un nodo. Ma non tutti i nodi hanno la medesima importanza: "L'organizzazione è una rete gerarchizzata. All'interno della rete esistono nodi da cui partono maggiori linee di comunicazione e nodi periferici più isolati" (Valenti, 1995, 71). Eppure, l'azienda-essere non può risolversi in un'organizzazione reticolare e in uno stile di management anti-autoritario che ribalta il concetto classico di gerarchia.

La vera partita dell'azienda-essere si gioca sul terreno della conoscenza. I flussi comunicativi devono generare conoscenza. Ma attenzione: gli uomini, che animano l'azienda (e che - non dimentichiamolo! - sono il cuore pulsante dell'azienda-essere), devono conoscere, non devono avere conoscenze. "Avere conoscenza significa assumere e mantenere il possesso di conoscenze disponibili (informazioni); conoscere è invece qualcosa di funzionale e parte integrante del processo di elaborazione mentale produttiva". Dal punto di vista dell'essere, la conoscenza ottimale "consiste nel conoscere più profondamente, mentre secondo la modalità dell'avere consiste nell'avere più conoscenza" (Fromm, 2002, 53-54). In altri termini, l'organizzazione deve creare una conoscenza attiva, che non si limiti ad immagazzinare informazioni strumentali, ma che vada a dare risposte a quelli che sono stati indicati come i bisogni qualitativi e i valori della società postindustriale: creatività, estetica, affettività.

Fin qui, una teoria dell'organizzazione. Spetta ora alla prassi gestionale il compito di andare a sperimentare nuove vie e nuovi veicoli per rendere concreta l'opzione dell'azienda-essere.

di Roberto Gialdi

Bibliografia
BURELLO A., 1995, Prefazione, in Mascilli Migliorini - Mazzoli - Valenti, Le "voci di dentro", FrancoAngeli, Milano.
DE MASI D. (2000), 2003, Ozio creativo. Conversazione con Maria Serena Palieri, Rizzoli, Milano.
FROMM E. (1976), 2002, Avere o essere?, Mondatori, Milano.
MASCILLI MIGLIORINI E., MAZZOLI G., VALENTI O., 1995, Le "voci di dentro". Analisi delle strutture comunicative nei processi di produzione industriale, FrancoAngeli, Milano.

Roberto Gialdi è contitolare dello Studio associato Gialdi e si occupa di amministrazione e gestione delle risorse umane.

 

Letto 16118 volte Ultima modifica il Venerdì, 13 Aprile 2012 15:39