Martedì, 17 Ottobre 2006 11:33

Parole di responsabilità, di genere e non solo - di Barbara Chiavarino

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In questo weekend che trascorro nel rimettere ordine fra appunti e fogli, interviste e pezzi di articoli da imbastire, ho raccolto alcuni spunti che desidero condividere con voi. Sono riflessioni sul tema della responsabilità sociale, e delle sue connessioni di genere;

pensieri che hanno scandito i miei ultimi dieci giorni, prima nella tavola rotonda organizzata a Milano dalla rivista CR, quindi nell'intervento-testimonianza al gruppo delle esperte di parità del progetto interregionale.
 
Sono state esperienze e giornate, entrambe, molte belle e arricchenti, nutrite anche da empatie subitanee e spontanee con quanti/e hanno partecipato, organizzato, pensato, voluto le differenti presenze.  Le mie riflessioni di stasera sono tutte volte a capire come tesaurizzare quanto "raccolto", come renderlo disponibile e soprattutto ampliarlo, espanderlo, tener vivo quel contatto che sempre, in queste occasioni, emerge come esigenza forte. Credo che questa sia sempre la parte più complessa, più difficile. Diversamente, non restano che parole, trite e ritrite.
 
Dato che è sabato sera mi permetto con voi qualche divagazione sul tema, qualche traccia, appunto, e mi scuso sin d'ora per l'inevitabile affastellarsi dei pensieri.
 
Il tema sono proprio loro, le parole, quelle stesse che pronunciamo mentre diciamo "responsabilità", "sociale", "genere", "opportunità", "pari".
Ieri sera, costretta al riposo forzato da un piccolo malanno fisico, mi sono dedicata alla lettura di qualche fumetto arretrato. Traviata sin dall'infanzia da un padre lettore accanito di Tex, sono fra i sostenitori economici della Bonelli e fra le lettrici del fumetto Julia. Nel numero del mese scorso, è stata pubblicata la lettera di una ragazza spagnola, da poco trasferitasi in Italia. Nella risposta, l'ideatore del personaggio Julia, dopo i ringraziamenti d'uopo, scrive: "In Italia, il modello femminile che va per la maggiore -lanciato, sponsorizzato, difeso dai mezzi di comunicazione- è quello delle donne legate alla moda o al mondo dello spettacolo: belle, svestite, disinibite, amiche dei chirurghi plastici e dei potenti, spesso senza cultura, talento e qualità. La maggior parte del gentil sesso italiano, però, non ha nulla a che vedere con quelle icone dello show business. Conosco tante ragazze, altrettanto belle, comunque raffinate, preparate, professionalmente valide, che lottano per raggiungere i loro obiettivi senza compromessi, coltivando nel contempo il sogno di ogni donna: farsi una famiglia e crescere dei figli in un mondo dignitoso e pacifico".
Non appena l'ho letto, come in una cassa di risonanza, mi sono tornate all'orecchio della mente le parole che Irene-fantasma dice alla figlia Sole, quando arrivano a casa, "Ma scusa, una donna separata, con chi sta meglio se non con sua madre?", in quel capolavoro che è Volver.
Non è mia intenzione entrare nel merito, ma semplicemente invitarvi a riflettere che simili affermazioni non vengono mai fatte per un uomo. Avrei voluto leggere "coltivando nel contempo il sogno di ogni essere umano: farsi una famiglia e crescere dei figli in un mondo dignitoso e pacifico". Invece, a leggere che questo è il sogno delle donne, m'è subito apparso un sillogismo traslato, l'inutilità al mondo di coloro che, per scelta o per caso, una famiglia non se la sono fatta e neppure hanno una madre con la quale pensare di voler vivere. Perdonate il cinismo, ma questo con la responsabilità individuale, personale, sociale, di comunicazione, locale, economica, centra enormemente. E tanto più ferisce, quanto a scrivere è un uomo sensibile, intelligente, capace di delineare con squisitezza un personaggio femminile (donna sola, dedita al suo lavoro, con una famiglia-disastro) che alle donne piace molto. E ferisce perché lui, in fondo, non è che abbia scritto qualcosa di male, ma in questo mondo, in questo momento in cui sempre più subdolamente le donne -che della parità non vogliono più sentire parlare perché oramai è una vecchia storia- si stanno perdendo l'unica battaglia vera: quella dei diritti sostanziali; tutti noi dobbiamo essere più attenti, molto più vigili e responsabili. Nossignore, farsi una famiglia non è il sogno di ogni donna, è un bisogno primario dell'individuo. Scomodiamo pure Maslow e la sua piramide dei bisogni, se Aristotele non ci basta: cibo, sonno e sesso sono i bisogni primari dell'individuo, che significa garantire l'esistenza propria e la sopravvivenza futura della stirpe.
Le parole, anche le parole intenzionalmente buone, possono pesare più del piombo.
Ricordo alcuni dei passaggi degli incontri: la Responsabilità Sociale come strumento, la Responsabilità sociale come fine. Lasciatemi giocare per dire che la responsabilità è l'unico strumento, mentre la dimensione sociale è il fine cui tendere. "Sociale" nel senso più ampio che possiamo comprendere, perché l'interdipendenza è il fattore portante del nostro mondo moderno.
Lavorare per produrre un cambiamento è sfiancante sempre, in questo caso di più, perché si tratta di andare a modificare i condizionamenti culturali in cui siamo cresciute/i. E parrebbe un lavoro impressionante, immenso, in cui tocca sempre a qualcun altro iniziare, perchè tanto "noi non possiamo fare nulla". Allora, tocca ai super manager, e alle istituzioni, e alle multinazionali, e al sistema bancario e ... E nessuno mai comincia, perché c'è sempre qualcun altro che può di più.
Allo stesso modo, vorrei non leggere più che "si lotta", che le donne "devono lottare" perché lottare è un verbo tutto maschile: l'hanno inventata gli uomini la guerra, ed io proprio non ci tengo a diventarne soggetto. Preferisco che si dica che le donne sono determinate e che si auto-determinano per realizzare ciò che vogliono e desiderano. La lotta non è l'unico modo per raggiungere qualcosa. E' il modo maschile per eccellenza. Dichiaro la mia differenza di genere. Ed esagero, sottolineo, amplifico perché sia visibile ciò che spesso recepiamo come "normale", quando non lo è affatto, solo perché "al 90% è così".
Questo è stasera per me, essere responsabile socialmente: avere destinato, ritagliato, speso questo tempo per la relazione con voi, e per questo tipo di relazione. Il tempo per la costruzione di una relazione, è una variabile fondante. Esiste un fine che si possa raggiungere senza destinargli tempo? Esiste una relazione che possa diventare importante senza destinare ad essa del tempo, e la qualità del vissuto in quel tempo?
Anche questo centra. Porre in relazione seria, reale e strutturata, economia, diritto, territorio, persone, istituzioni, abbisogna di una grande quantità e qualità di tempo: per ascoltare, per studiare, per comprendere, per parlare, per scrivere, per progettare, per provare .....
Abbisogna di fatica (ma qui le donne non hanno mai avuto paura, e neppure alcuni uomini), e abbisogna di passione.
Sulla passione, non scrivo, perché credo ce ne sia già nelle righe qui sopra.
 
La tavola rotonda ha offerto numerosi spunti, ricordate quanto diceva la rappresentante di CA sul fondatore che voleva "dare indietro alla comunità" ciò che la comunità aveva dato a lui. E lui era un orientale. Non credo sia un caso. Noi figli del diritto, crediamo sempre che tutto ci sia dovuto per nascita... novelli e novelle Carlo Martello.
Sarebbe bello, non credete, provare a chiederci "cosa dovrei fare per restituire alla comunità, quello che mi ha dato?" E qui, non so voi, ma subito io mi chiederei "quale comunità?" La famiglia, la città, la regione, la nazione, la vecchia europa? ... E di nuovo cado nella trappola delle libere associazioni, complice anche la visione del film Water: avete presente quelle belle foto che ci facciamo girare e quelle specie di mantra da catena di S.Antonio? Quelli che ci ricordano che se abbiamo di che mangiare, se abbiamo una casa, se abbiamo ancora uno straccio di libertà... significa che apparteniamo a quella esigua minoranza di persone al mondo che non dovrebbero lamentarsi...? E qualcuno se ne accorge, visto che il Nobel per l'economia l'han assegnato all'inventore del Microcredito (un esempio davvero socialmnete responsabile e un ottimo esempio di cosa possa signifcare avere la capacità di osare). Questo amo degli uomini: l'essere capaci di sogni grandi e non farsi fermare dalle evidenti difficoltà, dalla poca concretezza immediata. Qui ne apprezzo la visione lineare, che non vede, non abbraccia, non si perde sconfinando. Per questo, sono degli inventori. Per questo, sono dei cuochi magnifici. Attivano connessioni inaspettate, ma non oltre i tre/quattro elementi al massimo.
 
La Responsabilità Sociale l'han inventata loro, ma poi si son accorti che era un giocattolo troppo complicato e faticoso, poco divertente a volerci giocare seriamente.  Da soli non ce la possono fare, tocca dare loro una mano, perché è un bel gioco utile. Se avessi la bacchetta magica, nel grande gioco della Responsabilità Sociale io metterei le donne a sorvegliare i punti di connessione, le variabili complesse, a creare le sinergie, a concertare le strategie trasversali, e gli uomini tutti e trovare le soluzioni specifiche, settore per settore. Il mio vecchio prof diceva "siate arditi come un uomo, astute come una donna".
 
Barbara Chiavarino
C.A.S.A Torino
Letto 25945 volte Ultima modifica il Venerdì, 13 Aprile 2012 15:39