Domenica, 25 Settembre 2005 11:37

Ridendo e scherzando

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Ridendo e scherzando


La barzelletta come racconto
Un saggio leggero ma profondo sulla barzelletta, scritto dalla filosofa della comunicazione Marina Mizzau. Il Mulino, 2005

Dalla lettura di un libro di Marina Mizzau, parecchi anni fa, ho tratto tre lucidi sulla comunicazione interpersonale che ho usato molto spesso nei miei interventi di formazione. Quello era un libro molto serio. Ora ho appena finito di leggere questo suo recente saggio, e mi piace parlarne agli amici di Managerzen, perché è un libro altrettanto consistente, ma in più è leggero e simpatico.
La barzelletta è una delle forme di comunicazione più comuni. Ad ognuno di noi è capitato di raccontare o ascoltare barzellette. In genere quando qualcuno ha finito di raccontare una barzelletta, ridiamo. Oppure quando vogliamo alleggerire una situazione, raccontiamo una barzelletta.
Ma è sempre così? Perché alcune barzellette non ci fanno ridere, o addirittura ci disturbano? Perché dopo la stessa barzelletta alcuni ridono, altri no? Chi inventa le barzellette? Se c'è un autore di barzellette, perché non si fa pagare i diritti?
Queste, e tante altre domande, si pone l'autrice. E invece di dare risposte, suscita altre domande, altre curiosità, offre strumenti critici per capire meglio come funziona il gioco delle barzellette.
Perché il gioco? Perché ha le sue regole, che come in ogni gioco non devono essere trasgredite, per non distruggere il gioco stesso.
Come si gioca la barzelletta? In genere c'è qualcuno che si prende il rischio di raccontare, e annuncia: "ora vi racconto una barzelletta". Può usare altre frasi rituali, come "la sai quella di quel tale che…?". Dopo questo annuncio, tutti stanno zitti e ascoltano (se qualcuno non lo fa è considerato un maleducato, un guastafeste). Il narratore racconta, usando il presente e il discorso diretto (se usasse l'imperfetto e il discorso indiretto, non sarebbe una barzelletta, ma un raccontino, un aneddoto). Può limitarsi alle parole, oppure può rappresentare la scena con voci strane, suoni, mimiche. Non deve essere interrotto prima che la barzelletta finisca (però non deve mettersi a raccontare una barzelletta proprio quando arriva il cameriere per prendere le ordinazioni). Arrivato alla fine, deve stare zitto e non ridere, aspettando la risata degli ascoltatori. In tal modo chi racconta corre un rischio, si espone al fatto che alla sua barzelletta non si rida. Chi ascolta può ridere spontaneamente, o fingere di ridere per non dispiacere il narratore. Spesso quando il narratore è persona di potere, gli altri ridono più del dovuto. Se è di scarso potere, tendono ad ignorarlo anche se ha raccontato un'ottima barzelletta.
Il narratore quindi incornicia la sua barzelletta, isolandola dalla conversazione comune. Annuncia: "ora non sto parlando normalmente, sto raccontando una barzelletta". E' qualcosa di simile a quanto dice Bateson a proposito del gioco degli animali. Il cane che ringhia ma agita la coda ci vuol dire: "attento, ora faccio il cattivo, ma è un gioco".
Il narratore può prometterci il racconto della barzelletta, ma non il divertimento. Se dicesse: "ora vi farò divertire", o peggio "ora vi farò ridere", ci creerebbe un doppio legame (sempre per citare Bateson), perché il divertimento e il riso devono essere spontanei, ma se ci vengono prescritti non lo sono più. Quindi la nostra reazione è: "io non riderò, proprio perché tu mi dici che riderò". Se la barzelletta ha successo, genera il bisogno di raccontarne altre, e spesso i narratori fanno a gara a chi le racconta meglio. Può capitare che qualcuno conosca la barzelletta. Se è una persona bene educata e vuole compiacere il narratore, farà finta di non conoscerla, e almeno sorriderà alla fine. Oppure, il narratore è talmente bravo, che la barzelletta ci fa ridere anche se la conosciamo.
Ma perché ridiamo? Che cos'è che ci fa ridere? In genere è un'associazione fra due situazioni diverse, o una bisociazione fra cose simili. Quindi è un cambio di contesto. In genere è una caduta di stile o di tono, o un significato che ci sorprende. Oppure è la nostra superiorità nel vedere la stupidità del protagonista.
La barzelletta dunque è un microracconto, con la sua struttura, le sue regole, la sua estetica (ci sono barzellette intelligenti, belle, brutte, volgari, stupide). E' arte della sintesi e dell'efficacia. E' una comunicazione leggera e rapida, che richiede partecipazione degli ascoltatori. E' uno strumento di socializzazione, utile quando non si sa cosa dire.


Consigli per il manager
Raccontare barzellette durante il lavoro? Sì, ma fare attenzione a chi c'è intorno. La barzelletta è comunicazione efficace, e come tale va calibrata sugli ascoltatori. Ci sono signore, bambini, persone di altre religioni? Alcune barzellette vanno evitate. Raccontiamo una barzelletta a pari grado o a subordinati? Stiamo attenti a non obbligarli a ridere. Anche la barzelletta va usata con creatività, senza cadere nella routine. E' efficace se arriva quando non ce la aspettiamo, quando vuole sdrammatizzare una situazione.
Raccontare una barzelletta in situazioni informali (a mensa, alla macchinetta del caffè) o formali (durante una riunione, una relazione, una conferenza)? Nel primo caso possiamo contare sul nostro talento naturale. Nel secondo ci troviamo di fronte ad una situazione di public speaking, a cui ci dobbiamo preparare. La nostra barzelletta non sarà mai troppo lunga, né dobbiamo allungare il brodo. Lo fanno solo attori consumati. Noi faremmo la figura dei dilettanti che raccontano le barzellette nei concorsi televisivi. Non dev'essere una barzelletta troppo nota, perché rischiamo che la sappiano già. Dovrebbe essere il più possibile pertinente al tema che si sta trattando, come qualsiasi altro materiale di supporto (esempi, immagini, filmati).
Infine, non raccontare mai barzellette ai superiori, a meno che non ci si trovi in situazioni veramente informali (giocando a squash, o al ristorante). Se le nostre barzellette sono brutte, facciamo una cattiva figura. Se sono belle, il superiore sarà infastidito per non averle raccontate lui. Se non ride o peggio non le capisce, per noi è difficile recuperare la situazione.


Due barzellette tratte dal libro
Il capoufficio si è accorto che un impiegato se la svigna tutti i giorni alle tre, anziché aspettare le cinque come gli altri. Seccato, e un po' incuriosito, incarica il sorvegliante della ditta di scoprire le ragioni dell'infrazione. Il sorvegliante fa le sue ricerche e riferisce: "Rossi esce di qui alle tre, compra una bottiglia di champagne, va a casa sua e fa l'amore con sua moglie" Il capufficio dice: "Beh, va bene, ma lo deve fare proprio in orario di ufficio?" Il sorvegliante dice lentamente, scandendo le parole: "Senta, le ho detto che tutti i giorni esce da qui alle tre, compra una bottiglia di champagne, a volte anche un mazzo di fiori, va a casa sua, e fa l'amore con sua moglie" Il capufficio spazientito: "Ho capito. Non fa niente di male. Il problema è solo che lo fa in orario di ufficio!" Il sorvegliante fa una lieve pausa meditativa, poi propone: "Senta, possiamo darci del tu?".

"Allora, Lazzaro, come va?" "Sta zitto, sono in piedi per miracolo!"


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Letto 14007 volte Ultima modifica il Venerdì, 13 Aprile 2012 15:39