Domenica, 25 Settembre 2005 11:39

Dalla scuola come gioco all'azienda come gioco

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Dalla scuola come gioco all'azienda come gioco


Giocare o lavorare?
La divisione fra gioco e studio, e gioco e lavoro è artificiosa? È adatta ai tempi nuovi?
Pier Aldo Rovatti e Davide Zoletto ne hanno parlato nel loro libro "La scuola dei giochi" (Bompiani). Umberto Galimberti ha commentato il libro in www.repubblica.it.
Provo a trasportare qualche idea degli autori dal mondo della scuola al mondo del lavoro.
Tempo occupato/tempo libero costituiscono un paradosso. Sembra che l'unico tempo importante sia quello occupato ("ora non posso darti retta, sono molto occupato"), ma poi non si vede l'ora di avere tempo libero, il tempo in cui finalmente si fanno le cose che piacciono di più.
Otia/negotia è un altro paradosso. Negotia significa affari, business. Quello che conta sono i negotia, il business. Ma le idee nuove, le fantasie, il sé più prezioso vengono fuori durante gli otia. Ben lo sapevano i romani che, per quanto operosi e battaglieri, consideravano gli otia roba da signori, da intellettuali, da classe dirigente, i negotia roba da schiavi, o tutt'al più da liberti.
Il bambino e l'artista non distinguono fra occupazione e gioco, fra lavoro e divertimento. Fanno tutto nello stesso modo, con la stessa concentrazione e pienezza.
Quando il bambino comincia a crescere, si vede prescrivere alcuni compiti che deve fare per forza, interrompendo i suoi giochi. Ecco che il compito si separa dal gioco, gli si contrappone, diventa il job, di fronte al quale il gioco finisce per passare in seconda linea, relegato al rango di hobby. "Tornerai a giocare quando avrai finito i tuoi compiti!" dice il genitore al bambino che non capisce perché deve fare quello stupido compito quando lo aspetta un gioco molto più interessante.
Ecco dunque che il piccolo adulto cresce dentro il bambino man mano che impara a lavorare, a scapito del gioco. La scuola diventa il luogo dove si lavora, da cui resta fuori il gioco, e con esso le cose che ci piacciono davvero: la musica, il ballo, quello che si fa per piacere, non per dovere.
Ma tutto ciò poi si paga. Con la perdita di entusiasmo, di motivazione. Chi ha smesso di giocare troppo presto, poi lavora solo per lavorare, per guadagnare tanto da sopravvivere, per tirare a campare. Quando lavora aspetta l'ora di uscita, o il momento in cui andrà in pensione. Occupa tutta la sua vita per non essere disoccupato.
Che fare allora?


Gioco/lavoro
Si potrebbe smettere di lavorare e fare solo ciò che ci piace, come ha fatto Federica con Managerzen. (ndr "o per meglio dire: Federica con ManagerZen gioca a fare il lavoro che gli piace" ;-)

Si potrebbe rimettere insieme gioco e lavoro, cercando di giocare "seriamente" e di lavorare "giocosamente".


Come fare?
Per vivere senza lavorare bisognerebbe attuare profonde riforme nella cultura e nella società. Ne ha parlato Rifkin nel suo "La fine del lavoro" (Mondadori).
Per lavorare giocosamente bisognerebbe fare come l'artista: vivere facendo quello che ci avvince, che ci appassiona. Cercare di guadagnare soldi con gli hobby, e di fare ciò che ci piace fare, piuttosto che ciò che dobbiamo fare.
Le nuove tecnologie lo permettono, dalla lavatrice a internet, passando per il forno a microonde.
Ma senza lanciarci in utopie lontane, cominciamo a vedere ciò che potremmo fare oggi, nel nostro modo di vivere attuale.
Cerchiamo di mettere le modalità del gioco nel nostro ambiente di lavoro.


Mettersi in gioco o restare fuori dal gioco
Per fare un gioco bisogna aver voglia di giocare, di mettersi in gioco, di accettarne le regole, gli spazi e i tempi, di competere con gli altri giocatori. Se non si accetta tutto ciò si sta fuori dal gioco.
Quanti si mettono in gioco?
Posso scegliere di giocare o no.
Sono obbligato a giocare ma non partecipo.
Qui mi ci gioco la faccia, la reputazione!
Chi me lo fa fare? E' meglio mettersi ai bordi del campo e limitarsi a guardare gli altri che giocano.
Quasi quasi mi butto anch'io!


Che ci faccio io qui? Costrizione o collusione?
Che ci faccio io qui? E' il retropensiero di chi ogni mattina va in ufficio.
Il segreto è riuscire a giocare insieme, fra giocatori, fra chi gioca e chi propone o dirige il gioco, fra capi e collaboratori.
I giochi spesso sono giochi di potere.
Dove non si gioca, il potere è conferito da un'autorità al di fuori del gioco. C'è chi esercita il potere e chi lo subisce (costrizione).
Dove si gioca insieme (collusione) il potere è conferito da tutti quelli che giocano. Ha potere chi gioca bene e vince rispettando le regole condivise.


A che gioco giochiamo?
Conosco il gioco che sto giocando? Sto giocando effettivamente il gioco che credevo? O che mi è stato detto?
Chi gioca? Quali sono i ruoli e le funzioni dei partecipanti? C'è un direttore del gioco? Si gioca da soli o in squadra? C'è un caposquadra?
Con quali regole stiamo giocando? Sono note e condivise? Oppure sono da scoprire durante il gioco stesso?
Che cosa si vince o si perde?
E' chiara la posta in gioco?
Chi fa l'arbitro? E' uno dei giocatori o una terza persona?
Se cerchiamo di rispondere a queste domande con le nostre esperienze di lavoro, potremmo scoprire che i nostri giochi reali sono piuttosto confusi e ingarbugliati.


Giochi da giocare insieme
Proviamo a vedere quali giochi potremmo fare insieme con i nostri capi, dipendenti, collaboratori, fornitori, clienti, nelle situazioni reali in cui viviamo e lavoriamo.


Il gioco della ricerca
Esplorare, scoprire e definire problemi, avventurarsi lungo percorsi misteriosi, scoprire il gioco che si sta facendo o che altri stanno facendo intorno a noi, inventare nuovi giochi.


Il gioco della produzione
Produciamo da soli o in gruppo? Produciamo cose o idee? Il processo produttivo è una gara di potenza (produrre di più), di velocità (fare prima), di resistenza (sprecare meno energie)?
I competitori sono all'interno o all'esterno del nostro gruppo?


Il gioco della distribuzione
Valgono le stesse domande della produzione. Ma c'è un nuovo importante giocatore: il cliente, l'utente.


Il gioco della comunicazione
Chi parla e chi ascolta? Chi spiega e chi ha bisogno di spiegazioni? Raccontiamo il gioco o la posta in gioco?
Comunichiamo uno a uno, uno a molti, molti a molti?


Domanda alla Marzullo
Il gioco è una cosa seria o le cose serie sono un gioco?

Letto 13043 volte Ultima modifica il Venerdì, 13 Aprile 2012 15:39