Giovedì, 25 Novembre 2004 11:41

Tre giochi per ridere senza motivo

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Tre giochi per ridere senza motivo




Laughter yoga
Madan Kataria è un medico indiano che dieci anni fa ha avuto l'idea di dedicarsi al ridere come energia terapeutica e rigenerante del corpo e dello spirito. Con una sapiente miscela fra pratiche della tradizione yoga ed esercizi specifici per ridere, Kataria è in grado di far ridere senza nessun motivo gruppi di persone più o meno grandi, dalle 15 alle 10.000, come è avvenuto in una piazza di Amsterdam.
Io ho partecipato ad un seminario tenutosi a Roma a fine ottobre 2004 e organizzato da Laura Toffolo, responsabile del Laughter Club di Roma e amica di Managerzen. E' stata un'esperienza straordinaria. Non avevo mai riso tanto in vita mia, e senza nessun motivo. Ho imparato a ridere di me, della vita, delle persone che ho intorno, delle cose che faccio. Anche stamattina mi sono alzato molto presto, e nel silenzio e nella solitudine ho fatto delle belle risate di cuore. Fra coloro che mi leggono, quanti la mattina si fanno una bella risata, piena, sussultante? Così, per salutare il nuovo giorno, senza nessun motivo, tirando fuori il ridere da dentro?
Nonostante il gran ridere, l'Hasya Yoga, o yoga della risata, è una cosa serissima. E' una forma di respirazione e di meditazione yoga facile da praticare, divertente, efficace. Agisce sul sistema nervoso e su quello immunitario, sulla gola, sui polmoni, mette in moto le endorfine. Funziona con bambini, adulti, anziani, portatori di handicap.
Dice Kataria che da bambini si ride in media 400 volte al giorno, da adulti 15. Che cosa è andato storto? Dove sono tutte le risate che ci siamo persi per strada? Recuperiamone un po'. Ridiventiamo bambini, leggeri, flessibili, creativi. Pigliamocela a ridere. Anche senza motivo.
Ma come faccio a ridere senza nessun motivo? Spesso non riesco a ridere neanche di fronte ai comici della tv, tante barzellette non mi fanno ridere, se poi apro il giornale o mi guardo intorno mi passa proprio la voglia di ridere.
Dice Kataria: "c'è una risata esterna, che ha bisogno di stimoli esterni, ed una interna, che porti dentro di te, che c'è sempre, che solo tu puoi risvegliare e spargere intorno a te." Il suo metodo consiste proprio nel ritrovare e tirare fuori questo ridere interno. Come? Con esercizi da fare in gruppo o anche da soli. Sono facili? Sì. Funzionano? Sì. Già nel secondo giorno del seminario ho riso molto di più, e con più naturalezza.
Come si fa? La cosa migliore è andare in qualche laughter club (sono sparsi in tutto il mondo) e provare.


I tre giochi
Abbiamo fatto tante cose per riuscire a creare dal nulla una bella risata dentro di noi, e per farla venir fuori a piena voce. Abbiamo respirato, vocalizzato, battuto le mani per stimolare zone sensibili all'agopuntura. Abbiamo creato le nostre risate, imitato quelle degli altri. Abbiamo parlato in gibrish, un modo di parlare senza parole e senza senso inventato dai mistici sufi, che di un colloquio esalta tutta la comunicazione non verbale. Abbiamo fatto giochi. Anche la consegna dell'attestato finale è avvenuta a suon di musica, dove ognuno di noi ballando è andato dal maestro che, sempre ballando, gli ha consegnato il papiro e lo ha abbracciato ridendo.
Ci sarebbe tanto da dire e da raccontare, ma al "manager ludens" mi limito a parlare solo di tre giochi.
I primi due si svolgono facendo disporre le persone in cerchio.





Il primo gioco consiste nel creare la propria risata, e nel farne dono al vicino, che a sua volta crea la sua risata e la dona al vicino. Posso cominciare con il creare una palla, ci gioco un po' come un giocoliere, poi la passo al vicino che la raccoglie, la trasforma in un cappello e la passa. Il vicino la riceve e indossa il cappello che poi diventa un paio di corna con cui a mo' di toro carica la persona che gli sta accanto. Questa scappa e diventa un gatto miagolante, e così via fino a quando è finito il giro.
Il gioco è utile a far capire come ognuno di noi può creare qualcosa e farne dono ad un altro, che il dono non è qualcosa di costoso da prendere altrove, ma qualcosa di prezioso che abbiamo dentro di noi e che abbiamo voglia di condividere. Serve a tirar fuori le capacità mimiche e rappresentative delle persone, anche dei più timidi che vengono innescati dagli altri. Riesce ancora a farci tornare un po' bambini, a giocare con le cose finte, solo per il gusto di giocare.




Nel secondo gioco, che potremmo chiamare "ah ah ah, ho sbagliato anch'io!", si conta da 1 a 10, poi si ricomincia da 1. Il primo dice "uno", il secondo "due", via via fino a "cinque", il sesto dice "pizza", il settimo "pasta", l'ottavo "otto", il nono "nove", il decimo "dieci". Il successivo ricomincia. Chi sbaglia o esita si mette al centro, si addita e in certo modo si autoaccusa ridendo di sé e del suo errore, mentre tutti gli altri lo applaudono. Quindi è eliminato e va fuori dal cerchio, quindi comunque paga il suo errore, ma in modo ben distinto dalla sua persona. Per rendere il gioco un po' più difficile (o per far sbagliare anche i più bravi e arrivare al vincitore) dopo un paio di giri si può contare fino a 4, poi il quinto schiocca le labbra col suono di un bacio, il sesto fa una pernacchietta, il settimo ricomincia a contare da 7.
Il gioco è molto semplice e si può fare anche con i bambini. In ambito manageriale è molto interessante, perché è una buona metafora del "failure management" raccomandato da Tom Peters con le sue tre effe: fail, forward, fast! Sbaglia, vai avanti, fa presto! Spesso le persone e le organizzazioni sono bloccate dalla paura e dalla vergogna di sbagliare. Per questa paura le front line sono con la faccia rivolta verso i superiori e il sedere rivolto verso i clienti. Se invece in una organizzazione ci si abitua a scherzare senza cattiveria e a ridere dei propri errori, separandoli da chi sbaglia, che comunque viene apprezzato, se si è pronti a riconoscere e correggere l'errore, si trasforma una pesante struttura burocratica in un'agile organismo creativo.




Il terzo gioco è piangere/ridere. Ci si dispone come si vuole. Ad un segno del conduttore, si va tutti giù flettendo le gambe e accucciandosi a terra, e si piange nel modo più plateale (ognuno come vuole). Subito dopo ci si rialza ridendo fino a distendersi con le braccia alte e larghe con una gran risata collettiva. Si ripete un po' di volte, piangendo e ridendo sempre di più (con le ripetizioni si diventa sempre più bravi). Anche questo gioco fa vincere le timidezze in un gruppo, è ottimo come gioco per riscaldare e affiatare un nuovo team, è molto energetico perché combina i movimenti fisici con la vocalizzazione, prepara bene ad affrontare il pubblico perché sblocca la mimica facciale.
Tutti e tre i giochi si possono fare in casa e al lavoro, con grandi e piccini, con persone di varie etnie e culture, al chiuso e all'aperto. Tutti e tre vanno bene per creare confidenza e coesione nel gruppo, per far vincere diffidenze, chiusure e timidezze, per imparare ad esprimersi non solo con la testa, ma con tutto il corpo, e a liberare le emozioni.
Nelle organizzazioni e negli ambienti di lavoro i tre giochi servono a portare il calore e la luce di una bella risata, a far ridiventare un po' bambini, a smitizzare l'organizzazione e il proprio ruolo. Se le cose non si prendono troppo sul serio non si resta intrappolati dalle loro sbarre, ma si entra e si esce con leggerezza, passando da una attività all'altra con animo lieto.
E' questo il senso profondo della risata interiore che ci rivela Madan Kataria, con le sue risate piene e sonore che partono dal più basso dei suoi chakra e risalgono su fino a scuotere il suo parrucchino, che alla fine del seminario lui fa finta di perdere, sempre con grandi risate!

www.laughteryoga.org
Letto 15996 volte Ultima modifica il Venerdì, 13 Aprile 2012 15:39