Lunedì, 25 Ottobre 2004 11:45

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Il convegno di Firenze sulla creatività
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L'idea di dedicare un gruppo di persone e un periodo di tempo alla creatività è buona. E' bello che lo faccia Firenze, per nostalgia della creatività che ha avuto dal '300 al '600 (da Giotto/Dante a Galileo, per intenderci).

L'evento di punta è stato il convegno che si è tenuto al centro congressuale della Fortezza Da Basso il 28 e 29 settembre. Un programma fitto di relatori, il grande auditorium, Anna Maria Testa chairwoman del convegno e direttore scientifico di Nuovo e Utile.

Un primo problema. Un convegno sulla creatività deve essere un po' creativo?

Quando De Masi ha avuto la parola lo ha fatto notare subito: "Avete una pazienza infinita. Sono il dodicesimo oratore, ora sono le 18, vi siete sorbiti undici relazioni di oltre mezz'ora ciascuna e siete ancora qui, per cui so che posso annoiarvi quanto voglio".

Prima del suo intervento, anch'io da tempo mi stavo chiedendo perché mai un convegno sulla ceratività fosse così tradizionale. E dire che Anna Maria Testa sarebbe capacissima di inventarsi layout diversi dal solito. Invece no. Oratori l'uno dietro l'altro, che spesso leggevano il loro intervento, qualcuno con supporto di immagini, altri in stile vetero-sindacale, con aria compunta e linguaggio forbito.

Il clou lo ha raggiunto Michele Serra, fuori programma, che con aria cupa e sconsolata ha letto un suo intervento in cui rimpiangeva i bei tempi presessantotteschi, quando i genitori erano repressivi e c'era più gusto a contestarli. Oggi con tutta questa permissività i giovani si sono smosciati.

Da oltre venti anni vado dicendo che il convegno con i relatori che parlano e il pubblico che ascolta non ha più ragion d'essere. Mai come oggi, con internet e la banda larga, il convenire in un luogo dovrebbe essere giustificato da buone ragioni, perché la relazione posso scaricarla dal web, ma se dedico due dei miei preziosi giorni a Firenze, voglio che succeda qualcosa, un confronto, una discussione, un laboratorio, un esperimento, vedere, ascoltare, fare, assaggiare.

Invece i relatori si sono avvicendati l'uno dietro l'altro, ingorandosi fra loro, introdotti dalla Testa che alla fine faceva il suo bravo riassuntino, nel timore che il pubblico non avesse capito bene.

Questo per la forma del convegno.
Per i contenuti, mi aspettavo di confrontarmi con lo "stato dell'arte" della creatività globalizzata, con le problematiche più attuali nei vari campi, dall'architettura al design, dalle bioteconogie alla fisica della materia, come promesso dal programma. Invece, salvo qualche eccezione di cui dirò, la maggior parte degli oratori è restata su un livello generico e propedeutico.

Un piccolo florilegio. Remo Bodei l'ha presa da lontano, e ha detto che solo da Galileo in poi si sviluppa la costruzione di macchine, e che gli antichi non osavano utilizzare le forze della natura. Evidentemente non tiene conto dei romani, che prosciugavano laghi, deviavano fiumi, tracciavano grandi strade, avevano complesse macchine idrauliche e meccaniche.

Semi Zeki ci ha fatto vedere la figura della giovane e la vecchia, che da più di venti anni usiamo in aula, e si è avventurato nei più triti luoghi comuni sull'arte.

Paolo Barone si è scusato per essere in maniche di camicia (in un convengo sulla creatività? E non poteva mettersi la giacca, o una tuta ginnica?), e dopo un discorso incomprensibile ai più ha concluso che la transizione dal principio di piacere a quello di realtà è sempre più importante, dettagliata, minimale, di gruppo, stato limite, materiale sull'orlo della pattumiera (!?).

Tullio de Mauro ci ha promesso una provocazione, e tutti noi ci siamo un po' risvegliati, ma ha detto che la creatività è anche imitazione. Grazie, lo sapevamo dal liceo. Ha poi detto che il termine creatività può essere inteso in molti sensi, tutti legittimi. Embé?

Nardozzi ha fatto due ritrattini di Schumpeter e Keynes, e ha detto che i piccoli imprenditori spesso rischiano di più dei grandi gruppi. Ci voleva un professore della Bocconi?

De Masi, oltre alle cose che dice sempre con la sua collaudata verve partenopea, ha detto solo che le donne dovrebbero, come Lisistrata, fare uno sciopero sessuale fino a che gli uomini non le ammetteranno ad altri profili di carriera. Ma il problema delle donne non era quello del calo della libido maschile?

Arata lamenta il deplorevole stato della ricerca in Italia. Ma non l'avevamo letto già da qualche anno sui giornali?

Calabrese ha presentato tutte foto sfocate o a bassa risoluzione. E' un must per le foto di opere d'arte?

S. I. Bianchi ha fatto un pasticcio fra dischi, cd, Benjamin e internet, senza farci ascoltare neanche un suono.

Dan Couter ha detto che il pubblicitario deve lavorare sul brief insieme con tutti gli altri. Prima lezione di un corso di pubblicità.

Paolo Prodi, nel timore che non capissimo il suo intervento, lo ha fatto pubblicare qualche giorno prima su Repubblica, e ha fatto distribuire il testo cartaceo in sala. Il potere è potere!

Tutto da dimenticare dunque? Certamente no. Se il mondo è complesso, anche un convegno sulla creatività ha le sue piccole complessità.

Calabrese, che ha parlato di arte, ha messo in evidenza che l'arte sconfina nella comunicazione mediatica, ed è sempre più difficle stabilire un confine fra arte e non arte. Fra l'altro, ha mostrato le opere di JSG Boggs, che fa acquisti con banconote false, le Guerrilla Girls www.guerrillagirls.com, gli ex pubblicitari No Global Adbusters www.adbusters.org, Tom Sachs che ripropone griffe famose in modo negativo, come la Chanel Guillotine www.tomsachs.org. Ha concluso con la citazione di Nietsche: "Ciò che è più vicino, che è quotidiano, può dire cose inaudite".

La Coyaud ci ha parlato della colla delle cozze, un adesivo straordinario che tiene le cozze attaccate agli scogli, e che si basa su una proteina che si modifica quando le cozze vogliono staccarsi. E' un adesivo potentissimo ma biodegradabile. Ha detto che la biologia giustifica il suo nome solo dopo il microscopio elettronico tridimensionale, che ha permesso di andare nel nanotech temporale e spaziale. Ciò permette di conoscere il sistema adesivo del geco, con microventose che lo tengono attaccato alle pareti lisce, ma che lo fa staccare quando vuole, e che permetterebbe di fare suole di scarpe adesive ma capaci di far camminare. Il futuro dell'energia pulita sono i batteri. Il geobacter si nutre di rifiuti rigurgitando acqua e producendo energia. Solo conoscendo i meccanismi cellulari si può essere creativi.

Canova ha parlato di cinema, e ha detto che si può usare il cinema come materiale per studiare processi creativi semplificati. Citando "Mr Hula Hoop" ha detto che è difficile pensare il nuovo in forma percepibile e comprensibile. Perché il nuovo sia utile ci vuole un soggetto sociale che lo usa, come i bambini che si mettono a usare il cerchio dell'hula hoop. Il tasso di novità va comunicato ad un soggetto sociale che lo usi, altrimenti non viene fuori. Ha parlato di ri-mediazione, alludendo a M. Moore che ha ri-mediato materiali televisivi, e ci ha chiesto: "perché noi non abbiamo un Moore di Arcore o del Nord Est?"

Boeri, direttore di Domus, ha parlato delle novità che sono prodotte spontaneamente dalle modificazioni dei quartieri urbani, che a volte creano oggetti incomprensibili come le periferie, altre volte creano spazi e comportamenti inediti. Invece di guardare alle opere dei grandi architetti quindi si dovrebbe porre più attenzione a come le città creano dispositivi innovativi che cambiano continuamente e hanno grande forza simbolica.

Ugo Volli ha parlato della moda. Rifiuta il termine "creatività" perché è troppo ampio. Preferisce "modificazione dell'esistente". Supera anche il concetto di creativo singolo in favore di un processo complesso che porta all'innovazione. Il creativo è un pierre del processo, perché sa raccontarlo ai media che lo celebrano. La creatività viene riconosciuta dopo in ciò che ha avuto successo. Studiare la creatività vuol dire studiare la comunicazione di successo. E' una sorta di nichilismo creativo, per cui è creativo solo ciò che è socialmente riconosciuto come tale.

Personalmente trovo molto stimolante questa idea per cui la creatività viene riconosciuta solo dopo, mentre è difficilissimo accorgersene al momento. Quindi la creazione è innovativa ma spesso ignorata, la creatività è retrospettiva perché conformisticamente riconosciuta.

Su questa idea è tornato Carlini, per cui l'innovazione è un'invenzione che ha successo, una mutazione più o meno casuale che si fissa. Piccole interazioni fra individui possono produrre effetti globali, come il fenomeno dell'open source e di Linux.

Due considerazioni finali. Oltre ai dotti relatori che guardano alla creatività con atteggiamento entomologico, trafiggendola con uno spillo, non sarebbe stato meglio sentire dei creativi come Jaoui o De Bono che ogni giorno si cimentano nel diffondere la creatività nelle organizzazioni?

E se le cose più creative vengono dal basso, perché fare un convegno con tutti papaveri? Non era meglio un confronto, un laboratorio aperto con centri sociali, graffitari, circoli di qualità di aziende, meccanici della Ferrari, zingari, hackers? 
Letto 11285 volte Ultima modifica il Venerdì, 13 Aprile 2012 15:39