Venerdì, 30 Gennaio 2004 12:00

Il Manager Zen e il poker

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Il manager zen e il poker



Un'intervista a Mauro Semeria, formatore ed ex giocatore di poker
Ho avuto occasione di conoscere recentemente Mauro Semeria, titolare dell'IPSI, una società di formazione di Sanremo. Fra un discorso e l'altro, siamo venuti a parlare di poker, come metafora e strumento di relazione competitiva. Gli ho fatto una piccola intervista per gli amici di Manager Zen.


Da quanto tempo giochi a poker?
Ho imparato a 12 anni da mio padre - vorrei dedicargli un libro di ringraziamento per questo - e ho smesso quando mi sposai a 26 anni, sia per motivi ideologici (non mi sembrava giusto vincere a spese di altri) sia per responsabilità familiare (non me la sentivo di perdere coinvolgendo altre persone a me care). Il fatto che me lo insegnasse mio padre da un lato mi ha reso più esperto da giovane e dall'altro mi ha impedito di cadere nella trappola di vedere il poker solo come gioco d'azzardo. L'ultima volta che giocai sul serio, lo feci con un baro. Lo capii soltanto dopo, anche se avevo qualche sospetto. L'esperienza mi fece passare definitivamente la voglia di giocare. Tuttavia nel periodo dai 16 ai 25 giocai spesso e vinsi molto.


Dai 26 anni in poi non hai giocato mai più? O solo partitelle con amici?
Ho giocato solo una ventina d'anni fa, a quarant'anni. Facevo l'insegnante. Ero rimasto di nuovo solo e volevo integrare il mio stipendio, perciò decisi di giocare di nuovo. Nel frattempo i giocatori erano molto cambiati: mi sentivo un "professionista" di fronte a "dilettanti", vincevo poco (si giocava meno "forte" ), non mi divertivo e il gioco mi pesava più del lavoro. Ripensandoci adesso, forse quell'ulteriore esperienza mi aiuto' a decidermi , una volta pensionato dalla scuola, ad investire su di me e fare l'attività di consulente e formatore, che attualmente faccio con passione, soddisfazione e buoni risultati.
Per ciò che significa il poker per me, nella mia vita e nella mia storia, non ha senso parlare di "partitelle con amici". Tutt'al più sarei curioso di mettere su un tavolo di vecchi giocatori del tempo, solo per osservare se le mie teorizzazioni di oggi sono ancora vere, o sono solo fantasie e illusioni nostalgiche.


A poker si vince e si perde molto?
Si può vincere e perdere molto o poco. Dipende da con chi giochi, come giochi, perché giochi e con quali regole. Attualmente non conosco quasi più nessuno che giochi a poker.


In che senso?
Per me il poker è solo quello coperto con 36 carte, giocato in 5 con i resti, che vuol dire che non si può giocare più di quello che si ha davanti, e con altre regole di gioco ed orari assolutamente inderogabili: tutto il resto per me non è il "poker" come lo intendo io.


Che cosa è "tutto il resto"? Che significa, che ci sono molti tipi di poker? E perché gli altri non li consideri validi?I campionati ufficiali con quale tipo di gioco si fanno?
Esistono tanti giochi di poker, americano , telesina , scoperto…
Tieni conto che io sono di Sanremo, città comunque di gioco d'azzardo, dove è lecito uno dei pochi casinò italiani e dove, forse soprattutto al tempo di mio padre e nella mia gioventù, quasi tutti imparavano almeno a giocare a poker, ma solo a quello cosiddetto "francese" . Gli altri tipi non erano considerati , neppure quelli "ufficiali". Noi li snobbavamo, li consideravamo stupidi "giochetti" per "parvenus" del nostro poker: gioco nobile per esperti, persone capaci , amanti dell'avventura e del rischio, anche del "bluff", ma comunque affidabili e corretti nelle regole e nel comportamento.


E' un gioco per persone facoltose o alla portata di tutti?
Può essere per tutti: dipende dalla "messa" , e cioè dalla cifra massima di denaro che si decide di giocare. Chi è più ricco però, a parità di capacità, è indubbiamente avvantaggiato.


Mi fa pensare a certe negoziazioni che avvengono nel mondo del lavoro… Dunque non si vince solo con la fortuna?
La " fortuna " è indispensabile, come nella vita. Spesso nella vita crediamo che i nostri successi dipendano da capacità, intelligenza o altro. Per lo meno nel poker siamo propensi a riconoscere alla fortuna il suo peso.
Il sociologo francese Caillois divide i giochi in quattro categorie :
- d'azzardo, dove conta la fortuna e il caso;
- d'abilità, dove vincono i più bravi (come nello sport), dove c'entra la capacità , le conoscenze sia statistiche che strategiche tipiche dei singoli giochi;
- di ruolo (come nel teatro);
- di "ebbrezza" con la capacità di gestire il "rischio", come nel caso dei paracadutisti.
Il poker è forse l'unico gioco esistente che ha tutte e quattro le componenti e in tutte e quattro occorre essere abili per vincere: per questo almeno per me è stata una vera scuola di vita.


E allora potresti farmi qualche esempio in cui ti è stato utile nella vita o nel lavoro?
Mi è stato utile soprattutto per differenziare i successi che mi sono venuti dal caso e dalla fortuna e le conquiste fatte con fatica per abilità o capacità personale, e per imparare ad investire su queste ultime e a limitare le illusioni, a sfruttare i momenti favorevoli, a capire di più le persone con le quali ho a che fare, soprattutto a smascherare i "bluffatori". Ho imparato ancora a resistere o a sapermi fermare nei periodi sfavorevoli, riprendendo energia per giocare nuove partite con nuovi giocatori.


Nel bridge si deve rispettare un contratto dichiarato in partenza, nel poker si negozia al buio. Quale dei due giochi ti sembra più utile come simulazione di una trattativa manageriale?
Indubbiamente il bridge. Il poker potrebbe essere fuorviante e negativo come metafora o simulazione, perché vale solo per i giochi a somma zero, dove vinci se gli altri perdono, anche se comunque devi rispettare il contratto delle regole accettate esplicitamente, altrimenti sei un "baro.
Nel bridge c'è praticamente solo una grande abilità, che si rivela anche nel saper giocare con un compagno. E' la capacità di sapere e saper fare, ma non quella di gestire l'incertezza e il rischio, che invece si deve affinare con il poker, e che diventa sempre più importante nei turbolenti tempi attuali.


Allora potresti farci capire meglio come il poker può essere una metafora utile al "manager zen"?
Sì, può essere utile per affinare la capacità di decidere in modo rapido e congruente, nel qui ed ora, di sfruttare i colpi di fortuna (e riconoscendoli come tali), di arginare i periodi sfavorevoli (resistendo e, quando è il caso, prendendosi pause o, al limite, smettendo di giocare). Si impara una strategia dell'uso del tempo; si deve saper decidere nel presente, tenendo conto del passato, di come si è svolta la partita fino ad ora, e del tempo che rimane per usare al meglio le proprie risorse.


E' possibile imparare a giocare a poker, o ci vuole un talento naturale?
Il "talento" è indispensabile per diventare un "vincente" , come forse per ogni altra cosa. Ma si può imparare e migliorare giocando e conoscendo regole, strategia, probabilità e psiche dei giocatori.
Di solito nei semplici giochi d'azzardo si gioca inconsciamente per perdere o per provare quell'ebbrezza adrenalinica che il solo "caso " ti dà: nel poker devi volere esser vincente (che vuol dire saper perdere il meno possibile nelle cosiddette "serate no" e vincere il massimo in quelle "sì") . Quindi impari non solo a giocare ma, dal mio punto di vista, anche a vivere. Lo stesso Berne, l'ideatore dell'analisi transazionale, parla del poker in questi termini.


L'impassibilità del volto è un mito o una realtà? Come si combina con l'intelligenza emotiva di Goleman?
Per me il buon giocatore è il contrario dell'impassibile, se mai sa cogliere le emozioni sue e altrui sul nascere. Magari è un vero attore (all'epoca non conoscevo l'importanza dei messaggi non verbali, ma mi autosuggestionavo ripetendomi di avere il contrario di quelle che erano le mie carte, e inconsapevolmente questo mi aiutava molto). Questo comunque è uno degli aspetti meno "etici" del gioco. Ci si abitua a capire le emozioni proprie ed altrui. Però questo va bene solo per i giochi "a somma zero", dove c'è chi vince e chi perde, ma può essere nocivo per chi non capisce che nella vita e soprattutto oggi si può vincere insieme agli altri solo se si collabora insieme per conseguire risultati comuni. Per questo ed altri motivi ora non gioco più a poker, ma sono contento di averlo imparato a suo tempo.


Allora il poker potrebbe essere una specie di anti-metafora del management? Cioè quello che il manager non deve fare?
Nel management a mio avviso occorre saper distinguere quando si gioca a giochi a somma zero (dove vinci tu se l'altro perde, ad es. in una gara d'appalto o nelle elezioni maggioritarie) e quando invece, come accade sempre più spesso oggi, si vince o si perde insieme con gli altri.
Dal mio punto di vista, in un mondo sempre più veloce e globalizzato, siamo tutti sempre più sulla stessa barca, per cui la metafora del poker, se mai, serve proprio a combattere e contrastare chi ha, ancora oggi, una visione della vita e del mondo come gioco violento e brutale, dove c'è uno che vince con qualsiasi mezzo e gli altri che perdonoe subiscono. Questa visione del mondo oggi, sia nel management che in politica, è secondo me pericolosa e dannosa a sè e agli altri.
Inoltre se hai avuto la fortuna di conoscere le regole, le abilità e la strategia (che indubbiamente conosce chi ha imparato a giocare bene al " poker francese") sai comunque difenderti di più e riconoscere i " bari" , i "bluffatori", gli incapaci e i disonesti.


Hai usato il poker come simulazione formativa nella tua esperienza professionale?
No, ma mi piacerebbe farlo, per far capire come, oltre alle tre capacità della formazione (sapere, saper fare, saper essere), è importante addestrare le capacità indispensabili nel poker: gestire l'incertezza ed il rischio, essere flessibili e "cambiare" orientamento e strategia quando è necessario.



L'IPSI, nato a Sanremo nel 1990, è un centro di ricerca, consulenza, progettazione e formazione con un approccio interdisciplinare nei campi soprattutto della Comunicazione, dell'Organizzazione e della Didattica. L'attività dell'IPSI si rivolge prevalentemente alla Pubblica Amministrazione ( Enti locali, USL e Servizi Sanitari, Scuole...), alle Associazioni di categoria, ai Sindacati, alle Associazioni sociali, culturali e di volontariato. Il curriculum dell'IPSI comprende, in tutti questi campi, iniziative formative, di ricerca e di progettazione. 
Letto 16075 volte Ultima modifica il Venerdì, 13 Aprile 2012 15:39