Lunedì, 15 Settembre 2003 12:09

Esami e new tech

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Esami e new tech


Notizia recente del telegiornale: negli esami 2003 Il Ministero della Pubblica Istruzione ha deciso di proibire l'uso di telefoni cellulari di ogni tipo, da quelli semplici a quelli wi fi e con display video; di personal manager palmari; di computer portatili; di collegamenti internet.
Si presume che il provvedimento serva ad impedire che gli studenti pigri o impreparati possano farsi trasmettere i compiti di esame da compiacenti complici esterni, e li costringa ad affrontare la prova con le sole proprie forze.

Si tratta di riforme che servono a rendere più efficiente la nostra scuola, o di riflussi tradizionalisti in direzione opposta all'evolversi della società?
A prima vista, sembrerebbe che si voglia fare sul serio: basta con gli imbrogli, ognuno lavori con le sole sue capacità, e faccia vedere quello che sa. E tutti sarebbero portati ad essere d'accordo con tale visione.
Ma io mi chiedo: se gli esami sono tali da non ammettere nessuna delle nuove tecnologie, invece di proibire queste non sarebbe più intelligente cambiare gli esami stessi?
Il tema è molto importante, e non riguarda solo la scuola, ma tutta la società: imprese, organizzazioni, strutture burocratiche.

Sempre più il manager è visto come un formatore, un coach, un consulente nei confronti dei suoi collaboratori. Invece di ordinare loro il lavoro da fare, deve cercare piuttosto di aiutarli a lavorare meglio, nell'interesse loro e dell'impresa. Ecco dunque che un tema proprio al mondo della scuola, per estensione è interessante anche per il mondo dell'impresa, anche perché quelli che stanno a scuola oggi saranno nell'impresa domani.

Il problema si può formulare con questa domanda:
cambiare il modo di vedere le cose insieme con lo sviluppo delle nuove tecnologie, o difendere i vecchi punti di vista dall'attacco delle tecnologie, limitandole e rinunciando ad esse, pur di non cambiare?
Telefonini, palmari, lettori di e-book, pc portatili hanno la grave colpa di collegare lo studente con il mondo esterno. Lo studente non è il nodo di una rete, è una monade senza finestre. Deve essere chiuso in un ambiente ad accesso controllato, e lì dentro deve fare tutto da solo, possibilmente "indovinando" le risposte che sono state ritenute giuste da chi gli ha dato le prove da svolgere.

I "vizi" da reprimere (farsi risolvere i problemi da altri) sono le virtù del buon manager, che individua e definisce i problemi da affrontare (problem setting) e poi ne affida il solving ai suoi collaboratori. Se non è capace di individuare e definire i problemi del caso, si rivolge ad un consulente e si fa aiutare.
Ecco dunque che anche la scuola, invece di insegnare a fare le cose da soli, dovrebbe insegnare a farsi aiutare dagli altri, di pari livello (i compagni di classe), di livello superiore (studenti di classi più avanzate, insegnanti, libri, internet), di ambienti esterni alla scuola (genitori, amici, giornali, libri, internet).

Dovrebbe favorire l'apprendimento per problemi, non per nozioni. Chiedere allo studente di definire un problema, più che di risovere problemi già definiti. Invece di insegnare che l'acqua a 100 gradi passa allo stato gassoso e a 0 allo stato solido, bisogna porre il ragazzo di fronte all'evento (acqua che bolle), e spingerlo a porsi qualche domanda: che cos'è quel vapore bianco? Perché l'acqua sussulta? Perché c'è meno acqua?

In altre parole la scuola non dovrebbe insegnare a dare le risposte, ma a porre le domande. Se il ragazzo vuole farsi aiutare, deve chiedere aiuto, quindi deve fare domande. Se sa fare domande opportune e intelligenti, otterrà risposte interessanti. Se fa domande stupide o fuori luogo, otterrà risposte stupide o inutili.

Il tema di italiano non serve, è diseducativo, perché chiede di sviluppare in quattro pagine un pensiero espresso in tre righe. Il buon manager nella vita deve saper fare l'opposto: sintetizzare in quattro righe una relazione di quattro pagine.

Popper in una intervista disse che la scuola riversa dentro la testa degli studenti soluzioni preconfezionate a problemi che loro non si sono posti. I poverini imparano la soluzione per superare l'interrogazione, poi dimenticano tutto.
Se però si pongono il problema (come scaricare da internet la canzone preferita?) imparano e non dimenticano.

Invece di versare contenuti in una mente che come un cesto di vimini li fa scorrere via, bisogna aiutare i ragazzi a svilupare mappe di conoscenza che crescano come piante, come insiemi organici. Il confronto fra le mappe iniziali e quelle di fine corso, farà capire a studenti e insegnanti che cosa si è imparato, quanto la mappa si è arricchita.
Invece del tema di italiano, del problema di aritmetica o di fisica, e cioè di prove che separano le conoscenze in artificiose discipline (la molecola che si studia in chimica è la stessa cosa che si studia in fisica?), bisognerebbe aiutare lo studente a costruire un suo portfolio in cui raccogliere tutte le esperienze fatte nel corso, per presentarle nel modo migliore e con i mezzi che preferisce (testi, immagini, calcoli, grafici, video, musica, ipertesti). Un dossier e la sua presentazione, come si fa nella vita reale quando si presenta un progetto.

Queste non sono mie fantasie. Sono idee fondate sulle teorie dell'apprendimento di Ausubel, sviluppate da Novak e applicate anche in Italia in scuole sperimentali. Io stesso ho messo in pratica questi principi nel corso di comunicazione multimediale che faccio all'Accademia dell'Immagine dell'Aquila, dove gli studenti scelgono un argomento, lo preparano e fanno una lezione di due ore ai compagni, con ampio supporto audiovisivo e web. In tal modo io mi limito a proporre la struttura del corso, ma le lezioni le fanno loro. Da tre anni ho adottato questo metodo, con ottimi risultati.

Letto 11177 volte Ultima modifica il Venerdì, 13 Aprile 2012 15:39