Giovedì, 11 Settembre 2003 12:17

Fantasia e tecnologia

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Fantasia e tecnologia


Mi è arrivata dalla mailing list di “simulazione giocata” la segnalazione di tre libri, che non ho ancora letto ma che mi piace a mia volta segnalare ai frequentatori di questo sito. Si tratta di giochi raccolti dagli autori da culture e luoghi diversi, dalla Puglia all’Indonesia, per intenderci. Eccoli:
Andrea Angiolino, "Giocare con carta e matita", LDC, Leumann 1994 (fuori produzione, ma a settimane disponibile in edizione ridotta per la Sterling di New York)
Andrea Angiolino e Pier Giorgio Paglia, "Giocare con sassolini, monete e tappi di bottiglia", LDC, Leumann 1997
Andrea Angiolino e Domenico Di Giorgio, "Giocare con figurine, biglie e schede telefoniche", LDC, Leumann 1999

In un mondo in cui i nostri bambini e ragazzi hanno a disposizione le tecnologie più avanzate con la simulazione tridimensionale e la multimedialità delle attuali Playstation, è bello riascoltare i suoni sommessi del passato, o del giardino, o della nostra infanzia.
Quando ero ragazzo, poco meno di sessant’anni fa, avevo parecchi giocattoli, dalle automobiline alle scatole di simulazione bellica, ma preferivo giocare con legnetti e bastoni. Con i legnetti facevo Tarzan. Li vestivo con gonnellini di filo, costruivo canoe con foglie di iris e aghi di pino, e li facevo nuotare e affrontare i coccodrilli (le rane) della vasca del mio giardino. Con i bastoni facevo cavalli e spade, e giocavo a Orlando contro i Saraceni, decapitando orde di erbacce che crescevano sulle macerie dei bombardamenti della seconda guerra mondiale (questi erano veri, non simulati).
Eugenio Gombrich, nel suo celebre saggio “A cavallo di un manico di scopa”, rintraccia in questo comune gioco dei bambini (ma lo fanno ancora?) l’origine naturale della simulazione, della rappresentazione, e quindi dell’arte.

Sempre da ragazzi, giocavamo con le biglie di vetro e con i tappi delle bottigliette di gazosa. Con i primi si giocava su circuiti di sabbia o di terra, simulando il Giro d’Italia. Con i secondi si giocava su marciapiedi o comunque sull’asfalto, con circuiti tracciati col gesso, simulando gran premi automobilistici. Le biglie non erano modificabili, e si vinceva solo con la potenza e la precisione della “schicchera” (lo scatto del dito indice o del pollice in particolari condizioni). I tappetti erano modificati da speciali “preparatori”, che li limavano, li appesantivano con speciali zavorre, li calibravano. La vittoria si otteneva combinando la potenza delle dita con la bontà della preparazione, come per le automobili.
Le simulazioni erano rigorose. Non si poteva simulare un’auto con una biglia. Non si poteva far correre i tappetti sulla terra battuta. Ognuno di noi interpretava un campione noto, di cui era tifoso anche nella realtà. Si facevano classifiche a punti.

Io poi avevo giochi personali, che facevo da solo e non condividevo con nessuno, perché gli altri non avrebbero potuto capirmi. Uno di questi giochi era l’Iliade, che facevo all’età di otto-nove anni. Per alcuni giorni mangiavo arance e mandarini, e raccoglievo con cura i semini. I semi delle arance, più grossi e muscolosi, erano gli eroi - Achille, Ettore, Ulisse, Agamennone - quelli dei mandarini erano i soldati comuni. Un semino schiacciato e deforme era Tersite. Con pezzetti di carta e forbicine costruivo carri e navi, e con gli spilli facevo le lance. Quindi cominciava la storia, con carri e navi che si spostavano da una parte all’altra, e schiere di eserciti che si affrontavano a colpi di spillo, sventrandosi ferocemente.

Naturalmente facevo anche giochi più pacifici, e mi piaceva molto disegnare (giochi con carta e matita?) e suonare il pianoforte e la fisarmonica, accompagnato da mio fratello con trombette e scopette su tamburelli da palla (mio fratello poi è diventato un apprezzato trombettista di jazz).
Mi sarebbero piaciuti i giochi tecnologici di oggi? Quasi certamente sì, perché appena è stato possibile ho avuto un registratore Geloso, e avevo un modellino di auto da corsa Schuco che mi piaceva molto per la sua accuratezza tecnica e formale (gli si potevano cambiare le gomme!).

Nelle mie fantasie immaginavo uno specchio in cui si potessero vedere immagini lontane nel tempo e nello spazio, cosa che poi sarebbe stata possibile con la televisione.
Quindi avrei apprezzato molto la Playstation. Ho anche provato a giocarci poco tempo fa con un mio nipotino. Abbiamo fatto una corsa di auto, ma ho smesso subito perché era un continuo testa-coda e uscite nel prato, mentre il nipotino sfrecciava precisissimo con derapage e accelerate brucianti.
Di fronte alle possibilità di simulazione tridimensionale e multimediale dei giochi di oggi, fino alle immersioni nella realtà virtuale e ai giochi di ruolo in rete, ha ancora qualche senso interessarsi di giochi semplici, assolutamente non tecnologici?
Parafrasando Marshall Mc Luhan, potremmo parlare di giochi caldi e giochi freddi. I giochi caldi, come i media caldi, dovrebbero avere alta definizione, alto coinvolgimento, alta fedeltà. I giochi freddi, come i media freddi, bassa definizione, basso coinvolgimento, bassa fedeltà. Ai media caldi appartiene il cinema, ai media freddi la televisione.

Un adventure game tridimensionale da consolle è caldo o freddo? E’ più caldo o più freddo di un gioco con i tappi di bottiglia? O di un gioco da giocare con tutto il corpo, come una partita di calcetto?
Mc Luhan dice che di fronte ai media caldi il fruitore si identifica in essi e ne accetta l’alta quantità di informazione, con i media freddi tende a integrare le informazioni mancanti con sue interpretazioni. Il cinema si vede al buio con totale immedesimazione, sospendendo ogni altra attività. La televisione si vede con la luce, facendo altre cose, magari parlando, e si integra ciò che si vede con le proprie convinzioni.

E con i giochi, che succede? La situazione è un po’ più complicata. Giochi poveri di informazione come i tappetti, scatenano un forte contributo di fantasia per immaginarli come auto da corsa. La rappresentazione di una corsa sul monitor di un videogame è molto più ricca di informazione, ma il monitor fa parte di un medium freddo. Il bambino è più o meno coinvolto?
Se gioca con materiali poveri e con simulazioni carenti, lavora molto di fantasia. Se gioca con materiali ricchi e con simulazioni dettagliate, la fantasia ha meno spazio, ma acquista molta più importanza l’euristica, lo scoprire come si gioca giocando senza conoscere né le regole né l’ambiente né i protagonisti del gioco, che si scoprono man mano.

Se poi dal gioco ci spostiamo a livello manageriale, il nostro bravo manager zen giocherà con matite e tappetti o con la Playstation? Con carta e matita o con Excel o con un software DSS? Per lui sarà più importante sviluppare la fantasia o l’euristica?
Con la prima saprà immaginare scenari e comportamenti. Con la seconda saprà scoprire scenari e comportamenti. Che cosa è più utile e interessante oggi, immaginare o scoprire?

Letto 11194 volte Ultima modifica il Venerdì, 13 Aprile 2012 15:39
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