Venerdì, 02 Marzo 2007 10:59

Giochi diversi su campi diversi e interferenze fra di loro In evidenza

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Per la rubrica Manager Ludens un nuovo articolo di Umberto Santucci

Giochi diversi su campi diversi e interferenze fra di loro


Carissimo Umberto,
il tuo articolo, come sempre, non ha mancato di stimolarmi e voglio condividere a caldo con te qualche 'pensiero'.

L'invito a pensare alla propria azienda come ad un campo mi ha fatto tornare in mente una metafora che utilizzavo in passato per descrivere la situazione lavorativa mia e di altri miei colleghi.
"Siamo come degli scacchisti seduti in mezzo ad un campo di calcio: talmente concentrati a giocare la nostra partita di scacchi che non ci accorgiamo che il gioco che si gioca intorno a noi è un altro... finché un giorno arriva una pallonata sulla nostra scacchiera!"

Dunque si potrebbe anche pensare ad una sovrapposizione di campi, come costruzioni sociali ed individuali; campi che possono coesistere, almeno fintanto che le regole che valgono all'interno di essi sono compatibili.
Si verifica, purtroppo sempre più frequentemente, il caso in cui un'azienda persegua degli obiettivi che sono ignoti ai suoi dipendenti i quali lavorano per un certo lasso di tempo credendo che il proprio operato sia coerente con gli obiettivi aziendali.
E questo può anche funzionare molto bene per un po': l'azienda non comunica alcun obiettivo o regola, ma, poiché è impossibile non comunicare, il dipendente costruisce le regole e gli obiettivi che finisce per attribuire all'azienda.

Poi un giorno riceve dall'azienda un feed-back del tutto incoerente con le regole del gioco che supponeva si stesse giocando e qui cominciano i problemi.
E' la classica pallonata sulla scacchiera! Gli scacchisti però sono talmente affezionati alle regole del campo da loro stessi costruito che, pur di non ammettere che intorno a loro si sta giocando a calcio (cioè ad un gioco diverso), tentano di giustificare ed includere quello che è successo nel loro orizzonte.
In altre parole, la pallonata sulla scacchiera può diventare una 'regola/accidente' del loro campo: un po' come quando vai in prigione a Monopoli.
Dunque i campi si sovrappongono e le regole transitano, la pallonata diventa una regola/accidente degli scacchi ed una scacchiera in mezzo al campo diventa una regola/accidente del calcio.
Così un gioco e il suo campo, possono cambiare al punto di non essere più quel gioco e quel campo, come la nave di Teseo nell'omonimo paradosso.

Credo che questa sia una saggezza che dovrebbe essere inclusa nella dotazione di chiunque si trovi a lavorare in un'azienda e specialmente di chi entra oggi nel mercato del lavoro, in un contesto dove i campi e le regole sono numerosi e distribuiti su molteplici livelli.
A volte per un dipendente è difficile comprendere perché la propria azienda improvvisamente operi con delle regole del tutto incoerenti con quelle che lui pensava fossero le regole dell'azienda stessa.
E questa dotazione, altro non sarebbe, se non la vecchia, ma sempre efficace domanda di 'strategica' memoria: in quale altro contesto il comportamento che mostra il mio interlocutore (azienda) - e che mi sembra così ingiustificato - potrebbe rivelarsi  giustificabile e coerente?

Un caro saluto
Carlo Camilli
www.carlocamilli.it



La lettera dell’amico e collega Carlo Camilli, esperto di PNL e problem solving strategico che ha studiato con Nardone, O’Hanlon e De Shazer, propone due temi importanti su giochi e campi di gioco in ambito aziendale e organizzativo, che mi piace cogliere perché arricchiscono quanto ho scritto nell’articolo “Teoria del campo e gioco”, ampliando la visione dal monolivello al multilivello.
Si tratta di giochi diversi che si fanno su campi diversi ma nella stessa organizzazione, per cui ogni tanto un gioco si intreccia con l’altro, generando imprevisti, incomprensioni, frustrazioni. Oppure di giochi che vanno decifrati durante il gioco stesso, perché non vengono chiariti all’inizio. Le due modalità a loro volta si possono combinare fra di loro, perché il giocatore deve scoprire da solo che il suo gioco sta cambiando a sua insaputa.

Come avviene un gioco multilivello? Io sono assunto da un’azienda per le mie competenze specifiche, per esempio sono un programmatore informatico, e mi mettono a lavorare nell’ufficio specifico, nel nostro caso nell’ufficio di sviluppo software. Il mio campo di gioco è l’ufficio di produzione software, e il mio gioco è fare un programma elegante e funzionale.
Ad un altro livello però, nella stessa organizzazione, c’è l’ufficio marketing che ha fretta di mettere sul mercato il software a cui io sto lavorando. Ecco che si mischiano due giochi differenti, in conflitto fra di loro: io vorrei avere il tempo e la calma di rivedere tutto il programma per ottimizzare un pezzo di codice ed eliminare alcuni difetti, il marketing vorrebbe uscire subito per battere la concorrenza (un campionario di conflitti di questo genere, raccontato in modo avvincente e spesso divertente, si trova in “Alla ricerca della stupidità, 20 anni di “disastri” hi-tech, di Merril R. Chapman, Mondadori Informatica, 2004).

Ma ancora ad un altro livello l’amministratre delegato sta trattando con una multinazionale per venderle tutta l’azienda, per cui quando meno me lo aspetto mi arriva addosso la pallonata del licenziamento, o della soppressione di quel progetto per radicali cambiamenti strategici.
Ecco dunque che si giocano contemporaneamente tre giochi diversi su tre campi diversi, dove ogni gioco va avanti all’insaputa dell’altro, fino a che - in genere bruscamente - qualche gioco di un livello va a finire nell’altro livello, scombinando in modo più o meno turbolento il gioco che si sta giocando.
Anche nel calcio, sul terreno si gioca al calcio, sugli spalti si gioca al tifo, ma alcuni giocano alla violenza distruttrice, altri a servirsi del calcio per acquistare visibilità o per muovere capitali e interessi economici. Tutti questi giochi si giocano in modo indipendente, magari all’insaputa l’uno dell’altro, ma ogni tanto si mischiano dando luogo a quelle vicende incresciose che fanno gridare al “calcio malato”.  

Tornando alla metafora degli scacchi, nella maggior parte dei casi l’azienda assume un giocatore di scacchi, gli assegna i pezzi in dotazione e lo mette davanti alla scacchiera. Il giocatore conosce le regole generali, l’azienda lo informa sulle regole che si adottano lì (si gioca con due orologi, o fra due persone, o uno contro più avversari, o su più scacchiere contemporaneamente). Però si resta sempre nell’ambito del gioco a scacchi, e il giocatore non deve fare altro che giocare a scacchi, perdere meno pezzi possibile, eliminare pezzi dell’avversario, dare scacco matto con poche mosse eleganti (il matto potrebbe rappresentare la chiusura vincente di un progetto).

Se però all’insaputa del povero giocatore in altre stanze si stanno facendo altri giochi (fusioni o cessioni dell’azienda, esternalizzazione di un settore, cambiamenti di strategia, trasformazione di impianti) ecco che arriva la pallonata.
Quindi il gioco formalizzato (scacchi, dama, tennis, calcio) è una semplificazione convenzionale ben regolamentata rispetto a giochi non formalizzati, dove le regole cambiano giocando, e campi e giochi si possono intersecare rendendo difficile capire a che gioco giochiamo.

Tutta la vita è così. Il bambino deve imparare ogni giorno quali giochi può o non può fare, vede cambiare i suoi giochi man mano che cresce, passa dal videogame al corteggiamento di una ragazza o di un ragazzo veri, che a loro volta si affacciano spauriti a questo nuovo gioco. I genitori con il primo figlio si imbarcano in un gioco nuovo, che imparano in base agli stessi suggerimenti del figlio (pianti, mal di pancia, capricci). Chi lavora impara nuovi giochi, e ancora nuovi giochi deve imparare chi perde il lavoro o chi va in pensione. Per non parlare dei cambiamenti tecnologici, che almeno ogni dieci anni ci propongono giochi diversi o modi diversi di fare lo stesso gioco.


Letto 10277 volte Ultima modifica il Venerdì, 13 Aprile 2012 15:39