Lunedì, 16 Aprile 2007 12:38

L'ingegnere di domani: giochiamo un gioco nuovo In evidenza

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Per la rubrica Manager Ludens un nuovo articolo di Umberto Santucci,
articolo presentato mercoledi 18 Aprile  in occasione al Forum Università di Tor Vergata.


L’ingegnere di domani: giochiamo un gioco nuovo

Che cos’è un ingegnere? Quando è nato? Che differenza c’è fra gli ingegneri del passato, quelli dell’era industriale e quelli di oggi e di domani?

In estrema sintesi l’ingegnere è un risolutore di problemi. Se risaliamo fino al paleolitico, l’ingegnere è colui che sa osservare la natura, sa scegliere l’ossidiana per la sua capacità di rompersi in un certo modo, la sa scheggiare con sapienza per ottenere punte e tagli acuminati, sa usare la pietra scheggiata come coltello, raschiatoio, arma. Oppure è colui che sa alzare e legare i pali e la paglia per fare una palafitta, o che sa scegliere una caverna per farne un’abitazione.

Dalle opere umili e quotidiane, ma di grande importanza per la civiltà, come l’aratro, il giogo e la ruota, alle grandi opere erette per celebrare il potere o per esorcizzare la paura del sacro, come le piramidi, i templi, i castelli, alla base di tutto c’è un problema, e un modo più o meno brillante di risolverlo.
L’ingegnere antico era spesso confuso con il carpentiere e l’artigiano da una parte, con l’artista dall’altra, se pensiamo all’ingegnere/artista per eccellenza, Leonardo da Vinci che, con lo stesso spirito di curiosità, ricerca, analisi, riflessione strutturale, affrontava un quadro, una macchina da guerra, una fortificazione, l’anatomia del corpo umano, i costumi e gli addobbi per una festa di corte.

La figura dell’ignegnere dei nostri tempi comincia a profilarsi nell’era industriale, dove se il medievale “inzignere” veniva dal latino ingenium (intelligenza pratica, astuzia costruttrice), il moderno engineer viene dall’inglese engine (motore, macchina). Assume un valore strettamente tecnico, e nella divisione dei ruoli, tipica dell’organizzazione industriale, si separa da altre figure di progettisti, problem solver e ricercatori/inventori come l’architetto, il designer, lo stilista, l’artista, fino a connotare nell’accezione comune dei termini questi come persone fantasiose, brillanti, creative, mentre il povero ingegnere è diventato sinonimo di persona rigida, pignola, banalmente concreta, rappresentata dalla barzelletta dell’aviatore che si lancia dall’aereo in panne e atterra su un albero in una regione sconosciuta. Passa un tizio e l’aviatore gli chiede: “Scusi, dove sono?” “Su un albero”, risponde il tizio. Il commento di un architetto che ascolta la storiella è: “Sicuramente il tizio era un ingegnere”.

Fuori dallo scherzo e dai luoghi comuni, l’ingegnere dell’era industriale è un tecnologo efficientissimo, privo però di emozioni, commozioni e valori etici, perché portato a risolvere solo il problema a cui si applica, senza vedere oltre le mura della fabbrica o dell’officina. L’esempio più agghiacciante è l’ingegnere nazista, ma senza arrivare a quegli eccessi, qualsiasi ingegnere che per tutto il secolo scorso ha progettato strade, ponti, fabbriche, macchine, prodotti chimici, non si è troppo preoccupato dell’impatto ambientale e sociale di tali opere, con le conseguenze che cominciano ad emergere nel nostro piccolo pianeta.

Nel design si distingue tra la forma cresciuta e la forma costruita. La prima è una forma che interagisce in modo sistemico con il suo ambiente, la seconda si sviluppa in modo lineare indipendentemente dall’ambiente. La prima è la forma di un albero, la seconda quella di un traliccio elettrico.



L’ingegnere dell’età industriale lavora su forme costruite, che spesso contrastano con le forze della natura, in una lotta che vede soccombere uno dei due contendenti.

L’ingegnere postindustriale lavora ancora su forme costruite, ma le affronta come  forme cresciute, e tratta le forme cresciute come se fossero costruite. Il recupero ambientale di autostrade, miniere e cave, cantieri, la costruzione di case/giardino bene integrate col paesaggio, tutta l’ergonomia, fino ad arrivare alla bioingegneria, testimoniano di questa tendenza a progettare sia ciò che si può costruire, sia ciò che si può far crescere in modo più o meno naturale.

Se l’età industriale voleva un ingegnere concentrato sul suo compito di costruire una catena di montaggio, l’età postindustriale, dell’informazione, l’Era dell’Acquario, vuole un ingegnere che allarghi le sue vedute dalla macchina che funziona alla mente che immagina e si emoziona, all’artefatto inteso come sistema complesso che interagisce con altri artefatti, con l’ambiente, col sociale.

Già si vedono interessanti esempi di queste nuove possibilità dell’homo faber che sa essere al tempo stesso homo ludens. Il nuovo ingegnere è un tecnologo, ma anche uno psicologo se seguiamo le indicazioni di Donald Norman sulla psicologia del design, un visionario se pensiamo ai ricercatori del Media Lab, un progettista del sociale in ambiti ambientali, urbanistici, dello sviluppo sostenibile, un ricercatore di frontiera nel caso di nano-bio-tele-info-tech.

Resta sempre un problem solver, che va dal tecnico capace di risolvere problemi posti da altri, al creativo capace di individuare problemi ancora latenti, al creativo che si pone problemi nuovi, che sa vedere le cose con occhi diversi dagli altri.

Il problem solving strategico, con i suoi metodi creati nel MRI di Palo Alto (CA) e perfezionato nel CTS di Arezzo, ci può aiutare a definire la nuova figura dell’ingegnere, perché è un potente stimolatore dell’immaginazione.


 
Parigi, Musée Branly, rivestimento naturale esterno ideato da Patrick Blanc e costituito da un muro vegetale di 800 mq con 15.000 piante di 150 differenti specie provenienti da Giappone, Cina, Europa centrale e Stati Uniti.
Le piante dei muri vegetali di Blanc affondano le radici su strati di feltro in poliammide (tessuto/non tessuto), agganciati a lastre di PVC espanso di 10 mm di spessore e fissati su un’ossatura metallica adagiata sulla parete. Il sistema non richiede manutenzione.
Patrick Blanc è un botanico francese di fama mondiale (nessuno conosce meglio di lui le piante del sottobosco tropicale), ricercatore del prestigioso Centre national de la recherche scientifique, e piuttosato stravagante:  unghie smisurate e capelli biondi con mèches verde clorofilla.
Dice Blanc: "Perché mai accontentarsi di far crescere le piante nella terra e in orizzontale? La natura non è così monotona. Basta pensare alle piante che, nel sottobosco delle foreste tropicali, vivono sui rami e sui tronchi degli alberi, oppure abbarbicate alle rocce. Non dobbiamo dimenticare che per la vita delle piante la presenza della terra non è indispensabile. Quello che conta è l'acqua, perché è lì che si trova tutto quello che serve alla loro sopravvivenza. I miei muri vegetali sono nati proprio dalla voglia di fare entrare nelle nostre case e nelle nostre città un po' di questa verticalità esotica e inconsueta. E dalla voglia di far nascere insperate superfici verdi anche in mezzo all'asfalto e al cemento. Perché queste pareti vegetali, che non occupano spazio in orizzontale, possono trovar posto dappertutto, anche nelle metropoli più congestionate".

“Ho sempre adorato la città. Tutto quello che desidero è portare la natura fuori dall'uscita della metropolitana. E alla mia maniera ho imparato a farlo senza sottrarre spazio agli esseri umani. Ho proposto muri vegetali per case popolari, in cui nel raggio di 50 centimetri dalle finestre la gente possa mettere le piante che vuole. Sono sicuro che una cosa del genere creerebbe più dialogo tra le famiglie e qualche scambio, ma nessun architetto mi ascolta!”

“Lo spessore della struttura non supera i 6 centimetri”. Non c'è un grammo di terra. Un sistema di irrigazione a circuito chiuso impregna il feltro in alto con una soluzione nutritiva contenente i sali minerali necessari, e il resto Io fanno la forza di gravita e la natura. L'acqua scende lenta in basso dove è raccolta e rimandata in alto da una pompa. Il guano lo forniscono gli uccelli che vengono, fanno il nido nelle piante. E il vento si trova dappertutto”.

I benefici del Vertical Garden sono molteplici: migliorano l’aria, abbassano i consumi di energia, offrono una naturale barriera al suono e risultano sicuramente gradevoli alla vista. Non importa dove si vive, città, periferia, clima caldo o freddo, all’aperto o al chiuso, il giardino verticale apporta un tocco di verde e di benessere a tutto. A 500 euro al metro quadro circa per trent'anni di durata garantita, il Mur végétal è un lusso piuttosto accessibile, perché costa relativamente poco, e perché Blanc è un idealista e attribuisce il suo successo a un cambiamento di mentalità nel modo a cui si pensano gli spazi urbani.

Qui si trova una raccolta delle sue opere:
http://archiguide.free.fr/AR/blanc.htm

Umberto Santucci


Umberto Santucci condurrà il laboratorio di eco-creativity del 31 maggio a Milano
http://www.managerzen.it/associazione/news_associazione_(r)/laboratorio_eco-creativity.html

 

Letto 11050 volte Ultima modifica il Venerdì, 13 Aprile 2012 15:39