Lunedì, 11 Giugno 2007 09:58

Metafore arrampicatorie In evidenza

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Riflessioni di Umberto Santucci che costituiscono la base teorica dei seminari esperienziali dedicati all’arrampicata sportiva.


Metafore arrampicatorie

Queste riflessioni costituiscono la base teorica dei seminari esperienziali dedicati all’arrampicata sportiva, che ho realizzato per l’offerta formativa di Managerzen.

Fino a qualche anno fa l’arrampicata era legata alla montagna, e consisteva nel raggiungere una vetta per itinerari difficili, ripidi, il più possibile tendenti ad una verticale dalla base alla vetta. L’arrampicata su roccia o su ghiaccio era riservata a persone eccezionali per forza, coraggio, allenamento e resistenza.
Negli ultimi 30 anni però l’arrampicata si è andata staccando dalla montagna, per scoprire nuovi terreni di gioco su falesie di altezza modesta ma di elevata difficoltà tecnica, comodamente raggiungibili in auto, possibilmente non molto lontane dalla città.
Mentre prima arrampicare serviva a raggiungere una vetta scalando ripide pareti, ora si arrampica per la gioia e il divertimento di concatenare gesti atletici su un tratto di roccia alto venti metri o poco più. Si è arrivati perfino ad arrampicare su strutture artificiali, al chiuso e in città, ponendo l’arrampicata sullo stesso piano di una qualsiasi attività di palestra indoor. L’ultima novità è l’arrampicata come diversivo in una nave da crociera.

Tenendo conto di tale evoluzione Marco Forcatura, vicepresidente del Collegio Nazionale delle Guide alpine, ha coniato il concetto di fit climbing, dove l’arte di arrampicare è resa indipendente da rocce, falesie e montagne, e considerata come pratica di fitness alla portata di tutti, dai bambini agli anziani, da chi vuole migliorare la propria forma a chi ha bisogno di riabilitarsi dopo traumi e malattie.
In questa concezione, insieme con Marco ho studiato per Managerzen alcuni seminari esperienziali da tenersi in strutture artificiali indoor o all’aperto in una delle numerose e belle falesie che dalla Liguria e dal Trentino arrivano fino alle isole e al Salento.

I seminari considerano il fit climbing come utile metafora per comportamenti e capacità manageriali che vanno dal problem solving alla leadership, dal team building al project management. Marco segue l’esperienza in parete, dà sostegno psichico e consigli tecnici, garantisce con la sua competenza la sicurezzza dei partecipanti. Io mi occupo del debriefing, per legare la metafora alle esperienze manageriali reali e per fare in modo che i partecipanti non si limitino a passare una bella giornata in compagnia col brivido di nuove emozioni (che già potrebbe andar bene), ma portino con sé immagini, sensazioni, emozioni, metafore e modelli da usare nella loro pratica quotidiana.
Nei seminari si fanno diverse esperienze. Si comincia col muoversi su una parete verticale, a pochi centimetri dal suolo. Poi ci si imbraca e ci si lega alla corda, per provare a salire per un po’ di metri, e poi a farsi calare appesi alla corda (problem solving). Si prova ad assicurare un compagno, sperimentando l’intesa che ci vuole per affrontare un compito che comporta qualche rischio (team building). Si prova a dare ordini ad un compagno, indicandogli che percorso deve fare, dove deve mettere mani e piedi, dove deve arrivare, quando può scendere (leadership, delega, comunicazione).
All’interno di tutto ciò si impara come controllare il baricentro, il respiro, come risparmiare lo sforzo, come riposarsi restando appesi ad un appiglio, come riuscire a raggiungere appigli lontani, come spostare il peso da un arto all’altro (propriocettività, autoregolazione).


Comincio con una prima metafora, per trattare le altre nei prossimi articoli.
Lo psicologo Kurt Lewin diceva che in ogni nostra azione siamo spinti da forze trainanti e tirati indietro da forze frenanti. Se queste prevalgono su quelle restiamo paralizzati o regrediamo. Le forze trainanti possono essere la curiosità, l’amore, il piacere, l’odio, la rabbia. Le forze frenanti sono il disinteresse, la noia, la frustrazione, la paura, il dolore.
Nell’arrampicata, per cominciare dal corpo, le forze trainanti sono le braccia e le gambe, la forza frenante è il peso del corpo. Gli scalatori di alto livello, sia arrampicatori, sia ciclisti, hanno gambe e braccia lunghe e potenti, e un corpo molto piccolo e leggero.

Tuttavia anche persone normali o perfino sovrappeso possono ottimizzare il conflitto fra braccia e gambe che portano su, e corpo che tira giù.
L’arrampicatore inesperto per istinto si aggrappa a qualche sporgenza e si tira su a forza di braccia, sgambettando per cercare di mettere i piedi su qualche altra sporgenza. Nello sforzo contrae le braccia per salire un po’ più su. Ne deriva che dopo due movimenti è già affranto dalla stanchezza, con le braccia piene di acido lattico.

L’arrampicatore esperto usa le mani per agganciarsi agli appigli, tiene le braccia il più possibile distese, porta le gambe il più in alto possibile e le distende per andare a prendere gli appigli più alti senza fare forza con le braccia. In tal modo riduce lo sforzo, perché le gambe sono molto più forti delle braccia, e si fatica meno a spingere un peso da sotto invece di tirarlo da sopra. Le braccia servono solo ad agganciarsi e tenersi in equilibrio, le gambe a spingere per sollevare tutto il peso del corpo. E’ importante però caricare braccia e gambe nel modo giusto. Il baricentro è collocato più o meno nel nostro bacino, e va tenuto il più possibile vicino alla verticale che parte dalla mano che tiene l’appiglio principale. Per farlo, occorre portare il piede opposto il più vicino possibile a questa verticale, e allargare un po’ l’altra gamba. Se per esempio mi tengo in alto con la mano destra e appoggio il piede destro, tendo a ruotare e a staccarmi dalla parete, perché il bacino è tutto al di fuori della verticale della mano destra. Mi basta cambiare piede per riportare il bacino nella verticale e per restare attaccato alla parete senza affaticare il braccio destro. Anche se ho a disposizione solo un appiglio per una mano e un appoggio per un piede, mi conviene prendere l’appiglio con la destra (o con la sinistra se me lo trovo meglio), scaricare il peso sull’appoggio del piede sinistro, tenere il piede destro appoggiato contro la parete per portare il bacino ancor più sotto la verticale, e tenere il braccio sinistro lungo il corpo.

Secondo lo stesso principio, se osserviamo l’arrampicatore di profilo, vediamo che il bacino deve essere il più possibile aderente alla parete, perché se sta troppo in fuori tende a caricare eccessivamente le braccia. Tuttavia se si sta attaccati alla parete non si vede nulla e i piedi aderiscono di meno, specialmente se si appoggiano su pareti lisce. Quindi quando si muovono i piedi ci si stacca dalla parete, ma appena sistemati sugli appoggi si riporta il bacino vicino alla parete.
Quindi c’è un movimento continuo del bacino a destra e a sinistra per portarlo sotto la mano che tiene, avanti e indietro per aderire o staccarsi dalla parete.


Considerando questa tecnica di base come metafora manageriale, il corpo da portare su è il compito da svolgere, la parete con la sua inclinazione, gli appigli e gli appoggi è la situazione con le circostanze e le condizioni da utilizzare, le gambe sono la forza effettiva, propulsiva e produttiva che abbiamo a disposizione, le braccia sono servizi di supporto e possono essere usate solo coome forza ausiliaria, mani e piedi sono i sensori che ci mettono in contatto con le condizioni, con l’esterno, con le emergenze del problema; sono elementi delicati, e vanno aiutati l’un l’altro e con la disposizione del baricentro. Spesso trasmettono una percezione distorta del problema (non mi tiene, e rinuncio a quella presa, mi tiene anche se non è vero, e cado).
In arrampicata le difficoltà dipendono da vari elementi. Il primo è l’inclinazione della parete, che va da una parete appoggiata a una parete verticale. Oltre la verticale si parla di strapiombo, che se si avvicina all’orizzontale diventa un tetto. Ovviamente più la parete strapiomba, più ci vuole forza nelle braccia e spinta nelle gambe, e buoni addominali per spingere il baricentro vicino alla parete invece di farsi tirare giù da un sedere tropèpo in fuori.

Poi c’è la grandezza delle prese: più sono piccole più aumenta la difficoltà.
Quindi abbiamo la disposizione delle prese, che possono essere orizzontali, verticali, rovesce. Infine c’è la qualità delle prese, che vanno da tasche con bordi netti a prese svasate e arrotondate, e quindi più sfuggenti.
Queste difficoltà si superano combinando in modo efficace mani, piedi e corpo. Per esmpio, una fessura verticale tiene bene se la prendo con la mano sinistra e porto il bacino verso destra. Il peso del bacino tiene la mano attaccata alla presa.

Tornando alla metafora manageriale, pareti e prese sono le difficoltà intrinseche al compito da svolgere. La mente è il management, che elabora le informazioni (sensazioni tattili, dolore, stanchezza, equilibrio) e decide che cosa fare. Gli occhi sono i sensori diretti del management (erp, cruscotti aziendali, indicatori vari). Mani e piedi sono la front line. Braccia e gambe sono i rispettivi back office. Le braccia sono le attività di supporto (ricerca e sviluppo, marketing, relazioni pubbliche, formazione, amministrazione, qualità, sicurezza). Le gambe sono la produzione. Il flusso di sensazioni che va dagli occhi alle mani e ai piedi, e da questi a braccia e gambe, e il tutto alla mente, al cuore e allo stomaco, potrebbe essere la comunicazione interna.
Ne viene che il grosso della spinta spetta alle gambe, e cioè alla produzione. Le braccia possono solo aiutare, e sostituiscono le gambe solo per tenersi in equilibrio, non per spingere. E’ come dire che il marketing non può sostituirsi al prodotto, può solo promuoverlo.
Se la front line non viene ascoltata, si cade. Se non viene sostenuta dal back office, mani e piedi cedono. Se si dà troppa importanza alle lamentele, ci si paralizza. Anche il corpo non deve essere un peso morto, deve cooperare mettendo il baricentro sotto la verticale utile, abbastanza vicino alla parete. Ciò significa che il compito da svolgere deve essre organizzato in cooperazione con le forze a disposizione, non contro di esse.

La mente infine deve spaer chiedere alla mano di tenere ancora un po’ mentre la gamba spinge, e al corpo di spostarsi quel tanto che basta a facilitare il compito di braccia e gambe. Se mani e piedi hanno paura la mente può riuscire a calmarli, chiedendo loro piccoli aggiustamenti per sfruttare meglio il poco che hanno a disposizione. Se la mente ha paura, mani e piedi non possono farci nulla. Le mani si aprono, i piedi scivolano, e si cade.
Il manager quindi può calmare la front line facilitandola e convincendo il back office a dare quella spinta in più. Ma se va nel panico, tutta l’organizzazzione non sa più che fare.
L’ideale è ripetere i movimenti corretti in modo da automatizzarli, come facciamo per le operazioni quotidiane: lavarsi i denti, guidare, salire le scale. Nel management, rendere autonomi i reparti e i collaboratori, osservando i processi e limitandosi a spingere e facilitare solo quando l’automatismo si blocca. Si realizza così il supremo stratagemma dell’arte militare cinese: “vincere senza combattere”.

Umberto Santucci


Palestra del Circolo MAE. Marco Forcatura controlla i movimenti di due allievi.



Palestra del Circolo MAE. L’istruttore Andrea Dacasto, campione internazionale di bouldering, indica all’allieva dove dovrà mettere il piede sinistro per portare il baricentro sotto le braccia, in un passaggio di traversata verso destra.

Letto 17664 volte Ultima modifica il Giovedì, 26 Novembre 2015 17:41