Venerdì, 21 Marzo 2008 00:15

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Per la rubrica Manager Ludens un nuovo articolo di Umberto Santucci. Come se: giochi di simulazione, fantasie, profezie che si autoavverano.


Come se: giochi di simulazione,

fantasie, profezie che si autoavverano



Nel modello di problem solving strategico c’è una fase in cui si dice al cliente:
“Stanotte, mentre dormi, arriva un potentissimo mago e… puff! Con un tocco della sua bacchetta magica ha risolto del tutto il problema. Domani ti svegli e il problema è risolto, ma tu non lo sai ancora. Che cosa vedi intorno a te? Da che cosa ti accorgi che il problema non c’è più? Che cosa di concreto noteresti in te, negli altri, nell’ambiente in cui vivi e lavori?” Il cliente viene guidato a sviluppare la sua fantasia precisandola nei particolari: come lo salutano i colleghi? Gli sorridono? Che cosa c’è sul tavolo? Come si vede allo specchio?

Questa è la strategia del “come se”, altrimenti detta fantasia del miracolo, in quanto il mago è in grado di fare qualsiasi miracolo per risolvere il problema. E’ stata elaborata da Steve de Shazer nel suo metodo solution focused, orientato alle soluzioni. De Shazer diceva che il problema si vede solo attraverso la soluzione, e che se il cliente riesce a vedere una soluzione si trova già sulla buona strada per risolvere il suo problema. Questa teoria trova riscontro anche nel senso comune, perché ci sentiamo intrappolati proprio quando non vediamo vie di uscita, mentre anche un solo spiraglio di luce può bastare a indicarci una direzione possibile.

Il metodo di De Shazer è efficace sia con chi riesce a vedere una soluzione, perché lo aiuta a definirla meglio per renderla concreta, realistica e raggiungibile, sia con chi vede tutto buio, per aiutarlo a trovare spiragli che diventeranno finestre e porte. Si rifà all’epistemologia costruttivista di Watzlawick, secondo cui ci costruiamo le realtà a modo nostro, e dunque tanto vale imparare a costruire realtà utili invece di fantasie distruttive. Watzlawick parlava di profezia che si autoavvera, nel bene e nel male. Se vedo un gatto nero che attraversa la strada, la mia profezia è che mi capiterà qualcosa di spiacevole, per cui qualunque cosa succede – una buccia di banana che mi fa scivolare, una macchina che mi evita per poco – rafforza la mia profezia, e mi spinge a comportarmi in modo da farla avverare. Riprendendo un atteggiamento di mio nonno, io mi sono autoconvinto di portare fortuna alle persone che mi frequentano. So bene che si tratta di una mia fantasia, ma mi piace considerarla vera, perché mi fa stare bene con me stesso e con gli altri. Ad alcuni lo dico esplicitamente, ad altri lo dico con aria seria e convinta quando mi ringraziano per qualcosa che è loro andata bene: “Ma certo, non te lo avevo detto? Io porto fortuna a chi ha a che fare con me!”. In tal modo rafforzo la profezia in me e negli altri, attivando energie che spingono a far andare meglio le cose.

Giorgio Nardone ha ripreso il “come se” inserendolo nel suo modello di problem solving strategico. Lo usa sia da solo, sia ponendo la fantasia del miracolo in cima ad una montagna o ad una scala, e guidando il cliente a salire passo dopo passo per mettere in moto il processo che porterà alla soluzione del problema. In tal senso Nardone parla di autoinganno terapeutico.

Ma che cosa c’entra tutto questo col gioco?
Ci entra eccome! Alla base di tanti giochi di bimbi c’è la simulazione, espressa con le parole: “facciamo finta che tu eri il re e io il cavallo” “Per finta, io ero fortissimo e tu cattivissimo” “questo è un drago terribile, ma per finta”.
Poiché tu eri il re, ora ti devi comportare da re, altrimenti vai fuori dal gioco.
La simulazione sviluppa l’immaginazione, la fantasia, e quindi la creatività. Pone le basi del gioco come struttura di relazione personale e sociale, perché se accettiamo insieme ciò che abbiamo immaginato, anche sapendo che non è vero, entriamo nel mondo del convenzionale, e cioè delle convenzioni, delle regole, del vivere civile.

La simulazione prevede un impegno con se stessi e con gli altri. Quando ci impegnamo a fare come se, stabiliamo un’ipotesi, uno scenario di partenza, e ne traiamo le conseguenze, in un gioco di immaginazione, ma anche di progetto concreto. Poiché un problema è sempre vissuto come qualcosa di limitante, come una trappola o un ostacolo, se restiamo all’interno del problema ne accettiamo automaticamente i limiti, e ci sembra impossibile fare cose diverse da quelle che stiamo facendo, anche quando conservano intatto il problema e non ci permettono di risolverlo. Se invece cerchiamo di immaginare come sarebbe la situazione se il problema non ci fosse più, ci impegniamo anche senza volerlo a guardare oltre l’ostacolo, e quindi a scoprire prospettive diverse, da cui il problema esce ridimensionato. Il potente sortilegio del mago ci autorizza a vedere con chiarezza lo scenario oltre il problema, a fare cose che in condizioni normali non sapremmo fare, ma nella fantasia magica sì.

La fata che trasforma Cenerentola in una principessa, anche se allo scadere della mezzanotte tutto svanisce, cambia comunque la vita della ragazza, che resta con la sua esperienza favolosa, capace di darle una prospettiva diversa dalla sua grama realtà quotidiana. Ed è proprio quella forza, quella visione che attirerà il principe e porterà al cambiamento radicale.

Il come se è molto importante per stimolare la creatività, anche per prodotti, servizi, soluzioni organizzative. Facciamo come se il capo non ci fosse e ci dovessimo organizzare da soli. Che cosa faremmo? Da dove cominceremmo? Pensiamo al nostro prodotto come se fosse tanto piccolo da entrare in una tasca. Come potrebbe essere? Immaginiamo che da oggi non ci siano più compiti urgenti. Come sarebbe il nostro lavoro? Come ci sentiremmo?

Dilts e Gilligan in un loro seminario propongono un bell’esercizio da fare in coppia. L’uno dice all’altro: “Ti vedo. Vedo che sei così e così, e ciò che vedo mi piace”. L’altro risponde: “Grazie”. L’esercizio abitua ad essere positivi nei confronti dell’altro, a sostituire le critiche con gli elogi. Anche se so che è un gioco, il compito di vedere cose che mi piacciano in una persona conosciuta o sconosciuta mi predispone bene nei suoi confronti, mi spinge a sintonizzarmi solo sui suoi segnali positivi. Il compito di ringraziare spinge l’altro a gradire ciò che gli viene detto, a sapersene gratificare (non è una banalità, perché spesso le persone sono così critiche verso se stesse da non accettare neanche le lodi: “tu mi dici così, ma in realtà io sono peggio di come mi vedi”).

L’immaginazione del come se quindi, come tutti i giochi di simulazione, ci impone di interpretare un ruolo, di uscire dal nostro guscio, di assumere un altro punto di vista. E spesso basta cambiare solo di poco il proprio punto di vista per sentirsi diversi, pieni di nuove energie capaci di mettere in moto la soluzione del problema.

Letto 15363 volte Ultima modifica il Giovedì, 26 Novembre 2015 17:46