La vita in bilico - 27/29 ottobre a Rimini In evidenza

la_vita_in_bilico.gif Suspense del mondo: uomo e natura innanzi la virtualità, sviluppo equilibrato, comune causa della responsabilità. Giornate internazionali di studio del Centro Pio Manzu da venerdi 27 a domenica 29 ottobre a Rimini.


Chi è più in bilico noi o i mondi?

http://www.piomanzu.com/ita06/programma.html


Ci sono modi di raccontare quel che fa rischio o pericolo, con l’antica imperterrita eleganza del pacato stile della scienza. Si può essere, dunque, affascinati nel leggere il racconto straordinario di un mondo minacciato come quello dell’Okavango nel Botswana descritto da Niles Eldredge, ben sapendo che non è di un caso ma di tutto che lo studioso parla quando con riguardo e parsimonia allo stile afferma: la vita è in bilico..

La vita non è, non può essere un vetrino guardato al microscopio. Né la vita può essere solo un giardino privato del paradiso, benché i suoi figli necessitino di cure proprio come gli alberi di un tale giardino dove, forse troppo inastato per l’orgoglio non solo di noi occidentali, svetta l’albero del bene e del male.

La vita, appunto, non può essere vista unicamente come un oggetto di studio; la vita va scelta, e deve essere anche consentita. E l’orgoglio non è mai una buona causa. L’orgoglio comporta sempre un senso di superiorità, di contrapposizione, di divisione, che mal si adatta al bisogno di “incontro necessario” (per parafrasare le parole di un grande uomo dello spirito del nostro tempo) richiesto sempre più su un globo diviso da razzismi, nazionalismi, terrorismi, violenze in nome della ragione o della follia. Vale sempre l’antico adagio mai tramontato: “Orgoglio: regresso del progresso”.

Ma va pur detto che, se la vita va scelta e deve essere consentita, il destino soprindividuale di essa non esula dal raggio straordinariamente fecondo delle nostre possibilità e dei nostri errori. La vita, per questo, si accompagna a uno smisurato tono volitivo che avvince gli umani ai loro scopi, i quali si oggettivano in impulsi verso la trascendenza e materialistici, economici, titanici. Il titanismo che oggi più colora questa forza di oggettivazione, mercè la sfera del denaro, è la virtualizzazione.

La virtualizzazione non è più una curiosità del nostro spirito che sperimenta mondi para-fisici e paralleli. La virtualizzazione è un enigma per la natura umana, un’inquietante vertigine. Essa può significare anche una emarginazione delle difese naturali, un tempo affidate alla persona corporea e all’essere senziente. Le nostre economie, così come la nostra esperienza, la nostra presenza qui ed ora, sono compromesse con questa derealizzazione che rappresenta il passaporto per i ‘fatti’ del futuro mondo.

Molte, allora, sono le domande, le reazioni, le regole che una vita consapevole dei suoi meravigliosi azzardi deve pur potere porre a se stessa.

Se l’uomo diviene un progetto dell’uomo, che ne è di tutta la certezza antica del diritto naturale, cioè della inviolabilità della persona che ognuno di noi incarna per nascita da natura? Tanti e tanti sono i problemi, in conseguenza, allarmati da una tal sorta di antifisica che prende piede. L’ebbrezza della società cosiddetta “liquida” crea sempre più figli impertinenti dello spazio immateriale e novelli titani di quello - per nostra ventura - ancora materiale. Ma per certe cose, la vita in bilico impone di restare a terra. Di esplorare il nostro terrestre, piccolo Okavango, con la percezione rispettosa e sottile di Eldredge.

E se altri - fuori dalle scienze della vita, ma dentro la sfera del mondo costruito dalle nostre civiltà - altri come Ulrich Beck, ad esempio, dicono che il mondo è a rischio, con convincenti asserzioni, ebbene non vale forse come un verdetto ma come un allarme abbastanza fondato e non privo di misura. Così pure un discorso come quello che il Centro internazionale di ricerche ‘’Pio Manzù” per quest’anno sceglie, non può essere fotografato dall’alto come da un satellite ma esige il piano ravvicinato, il confronto con il costo materiale e il costo spirituale che ognuno paga, il problema estremamente soggettivo ma, come si vede, tanto imponente, del credo religioso o spirituale, della libertà e della dissidenza. D’altra parte, la testimonianza individuale si dà per gli altri; anzi è sostanzialmente per altri.

Vorremmo ricordare in proposito un esempio, per concludere. Quello del grande compositore ungherese György Ligeti, ora che di recente è scomparso, il quale nel 1956, dopo la repressione dei moti d’Ungheria attuata dall’Armata sovietica, fuggì portando con sé solo pochi spartiti e si rifugiò a Vienna dove chiese la cittadinanza austriaca. Speranza e rischio, nella memoria della natura e nella memoria della specie umana, si alternano o procedono di pari passo proprio come due lunghissime, tenute in sospeso, micropolifonie di György Ligeti. A volte anche speranza e disperazione formano insieme un suono nuovo, note a grappolo in grado di creare nuove e meravigliose atmosfere al di là dei tradizionali confini tra bene e male.
Letto 9964 volte Ultima modifica il Venerdì, 13 Aprile 2012 15:39