Martedì, 09 Giugno 2009 19:09

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Ritrovare l'appartenenza a una comunità. Grazie a quartieri dove tutto si può raggiungere a piedi. (di Carlotta Magnanini - L'espresso N. 20 del 21 maggio 2009)


New Social City

Ritrovare l'appartenenza a una comunità. Grazie a quartieri dove tutto si può raggiungere a piedi. E a metropoli a dimensione umana. Utopia? No, già realtà.

Quindici minuti. Il più importante movimento di riforma nel campo dell'architettura dell'ultimo ventennio, secondo il New York Times, poggia su uno spicchio di orologio. Quindici minuti è il tempo che ci vuole per recarsi a piedi in ufficio, al supermercato, a scuola se si vive secondo le regole del New Urbanism. La città del futuro? È un quartiere: amministrato dalla vivibilità, l'armonia e la 'walkability' a misura di pedone.

Il modello ideato negli anni '80 da Andres Duany (poi regolamentato tra Miami e la West Coast dal 'Congress For The New Urbanism' nella Carta dei Principi) è uscito dalla fase di utopia cinematografica da Truman Show per entrare nella numero due: l'impegno nella sostenibilità a partire dalle dimensioni della città. Piccola è meglio e può salvare il pianeta, dato che l'auto resta in garage.

"L'obiettivo non è abolire le automobili", spiega a 'L'espresso' John Norquist, amministratore delegato del Congress For the New Urbanism: "Ma portare equilibrio tra l'utilizzo indiscriminato e altri mezzi di trasporto, tra le immense aree per i parcheggi e le dimensioni familiari di piazza in cui prendere un caffè e ritrovare l'appartenenza alla comunità". Ci si perde in Suv, si guadagna in aria pulita e attività fisica.

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Nelle grasse metropoli statunitensi, dove gli spazi si colmano a bordo di un abitacolo, si cammina quattro minuti al giorno; a confronto l'Italia è un popolo di podisti, 19 minuti. Peccato siano 50 quelli passati al volante (Istat). Ma se vent'anni fa l'ordine a schiera delle villette di Seaside, prima 'creatura' di Duany, si prestava a rappresentare un'inquietante prospettiva di mondo, più che perfetto perfettamente standardizzato (quello che fece il regista Peter Weir girandoci il suo film), i nuovi progetti mirano a ricreare le diversità strutturate delle città europee, con le loro mescolanze di stili, funzioni, interazioni culturali, per dotare di un'identità anche quei luoghi per definizione privi: le periferie.

Reagire allo zoning e allo sprawl (il tipico modello di espansione yankee grattacielo-autostrada-villetta-ipermercato) non è facile. "Dagli anni '50 lo sviluppo ruota intorno ai bisogni delle auto, più che degli esseri umani", aggiunge Norquist, ex sindaco di Milwaukee. Compito dell'architetto è far convivere edifici e servizi, ma anche isole culturali e razze: la lotta all'inquinamento insomma sembra un effetto collaterale.

Del resto New Urbanism non significa semplicemente edifici verdi: "Una casa potrà avere tutti i pannelli solari che si vuole, ma se non risponde a criteri di armonia e rispetto dell'ambiente non sarà mai sostenibile", dice Senen Antonio, direttore del business development nello studio Duany-Plater Zyberck: "Tra gli esempi più perfetti di edifici con tecnologie verdi ci sono i Wal-Mart, ma basta guardare lo spazio che occupano, il fatto che siano raggiungibili solo dopo aver percorso chilometri su chilometri in auto, per accorgersi di quanto verdi non lo siano affatto".

Il modello ideale invece è Alys Beach in Florida o Tornagrain in Scozia, spiega Antonio, che a differenza di Seaside, sorta ex novo, doveva essere inserita in un'area popolata, tra l'aeroporto e il corridoio A96 che collega Inverness e Nairn. In questi casi, come per altri 300 al mondo, ci si è attenuti allo SmartCode, alternativa ai Piani di Zona che oltre alla piccola taglia valorizza la forma. Aqua, a Miami, è un progetto da 250 milioni di dollari con 151 strutture abitative divise in palazzine chic e complessi di appartamenti familiari di design europeo. Sulla East Coast c'è il South Street Seaport Historic District a Brooklyn, oppure la più ambiziosa downtown da 5.500 unità abitative che sorgerà intorno alla Columbia. Quartieri neo-urbanistici in Canada (Garrison Green, East BayFront), Messico (Oshara Village a Santa Fe), Cile (Valparaiso Waterfront), persino in India, dove il villaggio di Dasve si adagerà per 8 mila acri nella Mose Valley a est di Bombay.

Barcellona, Berlino, Zurigo, Bilbao o Bristol (con la celebre Tabacco Factory dell'architetto Ferguson) sono le città che meglio rappresentano la corrente europea, che al di qua dell'oceano prende il nome di Rinascimento Urbano. Tra i sostenitori ci sono il principe Carlo, autore del manifesto A Vision of Britain, Liam O'Connor e Gabriele Tagliavento. Ha pure un compleanno: 29 settembre. "Quel giorno, nel 1992, inaugurammo a Bologna la prima triennale A Vision of Europe", spiega Tagliavento, ideologo del movimento e docente all'università di Ferrara: "Oggi è tema di grande attualità. Al Gore ha fatto approvare in tutti gli Stati una legge che, ispirandosi a questi criteri, vieta di costruire alloggi popolari con gli standard dello sprawling". E in Italia? "Siamo indietro: l'America già da anni sta smantellando le mega-tangenziali e i mall suburbani, mentre una città come Bologna ha in cantiere la costruzione di 24 nuovi ipermercati".

Non che non esistano esempi urbani neo-rinascimentali: borgo Città Nuova ad Alessandria, nel bolognese Cadriano e Via della Pietra (sempre lo studio Tagliavento sta inoltre lavorando a Val d'Europe, nuova città tradizionale da 50mila abitanti vicino a EuroDisney). Comunità scandite da piazze, portici, negozi-bottega e un rapporto tra spazio domestico pieno e spazio pubblico vuoto nella misura del 70-60 per cento e 30-40 per cento. Ma nell'era dei mega-interventi suburbani e delle Grandi Opere, come può l'architettura conciliare i cataclismi paesaggistici con le rassicuranti dimensioni di quartiere?

È il caso della periferia nord di Reggio Emilia, 'sconvolta' dalle monumentali Vele di Santiago Calatrava: qui i ponti che celebrano l'effetto della Tav non solo sui trasporti, ma anche sul placido skyline emiliano, hanno reso necessario un intervento ad hoc. Il progetto R.E.T.E: "Ci è stato chiesto dal Comune per dare un'identità a una periferia disorganica e in forte trasformazione, a partire dall'evento fondativo del nuovo paesaggio: l'impatto che queste grandi opere di connessione avranno sul territorio", spiega Giuseppe Baldi, paesaggista incaricato del progetto insieme all'architetto Andrea Oliva. "Affinché questo non-luogo assumesse una riconoscibilità abbiamo recuperato l'antica centuriazione d'epoca romana, inserendo nelle unità di superficie quegli ingredienti del paesaggio padano che si ripetevano con una certa cadenza, motivati da circostanze sociali e ambientali: dalle tipologie di albero all'orientamento delle strade".

Come negli Stati Uniti i discepoli del New Urbanism hanno riscoperto Vitruvio, lo studio reggiano ha recuperato l'identità dal passato in nome di una sostenibilità data dall'utilizzo del verde e delle zone alberate e soprattutto dalla biodiversità e dall'armonia: "Sia visiva, cioè esteticamente bella, sia funzionale, perché saranno quartieri ecologicamente efficaci in cui anche la logistica sarà più facile", conclude Baldi. Il New Urbanism cerca di reagire alla tendenza degli ultimi decenni, "in cui l'urbanistica ha prodotto standard e la crescita disorganizzata delle periferie ha causato spesso la perdita delle forme originali", dice Andrea Oliva. Ma qualcosa cambia se ai vecchi PRG le amministrazioni preferiscono i PSC, "Piani Strutturali Comunali, con mix funzionali ponderati di volta in volta". Dove il quartiere è la matrice di partenza.

Credits
Carlotta Magnanini, L'Espresso
L'espresso N. 20 del 21 maggio 2009

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http://www.aislo.it/Rassegna_stampa/New_social_city.kl
Letto 10057 volte Ultima modifica il Venerdì, 13 Aprile 2012 15:39