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a cura di di Umberto Santucci
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Gioco e giochi PDF Stampa E-mail
mercoledì 17 settembre 2003

Gioco e giochi


Il gioco in genere viene considerato come qualcosa di lieve, divertente, piacevole. E' un momento della giornata in cui ci sentiamo liberi dal lavoro e dalla serietà, ci sembra di tornare bambini, di poterci permettere cose che nelle condizioni normali non potremmo permetterci (tanto, è per gioco).
E' sentito anche come un momento liberatorio, di fronte alle costrizioni del lavoro. Nel lavoro domina il principio del dovere, del compito, della produzione. Nel gioco il principio dominante è il piacere, l'azione che non produce nulla, la simulazione di altre situazioni considerate come "reali". Si può decidere di giocare o no (non gioco più, come diceva una canzone di Mina), di entrare o uscire da un gioco.

Tuttavia il gioco è tale quando ha una forma ben definita da regole che devono essere rispettate, altrimenti si va fuori gioco. Anche i giochi in apparenza privi di forma, come quelli che spontaneamente fanno i bambini, a ben vedere hanno una forma ben precisa che il bambino elabora giocando, e riproduce ogni volta che gioca di nuovo a quel gioco. Il gioco, o meglio un certo gioco, è un micromondo semplificato che in qualche modo riproduce aspetti del mondo reale (la caccia, la guerra, l'allevamento di bambini, il commercio).
Quindi è libero ma formale, fantasioso ma strutturato, simulato ma impegnativo. E' un po' come il sogno, dove spesso siamo convinti di vivere quella situazione, tanto da svegliarci con rammarico se era piacevole, con sollievo se era angosciosa.

La libertà di entrare e uscire da una situazione è una prerogativa del maestro zen illuminato, di fronte alle persone comuni che non sono capaci di sollevarsi al di sopra delle loro piccole faccende, e ne rimangono invischiate. Il bambino è fortemente coinvolto nel gioco, tanto da dimenticare perfino i propri bisogni corporali. Solo quando cresce e diventa adulto acquista la capacità di smettere di giocare, magari per passare ad altro gioco, o ad altri compiti. Altrimenti colui che lo fa smettere, imponendogli di mangiare o di andare a dormire, è il genitore.

Anche quando siamo cresciuti, il bambino che resta in noi ci spinge a giocare, il genitore radicato nella nostra coscienza ce lo impedisce ricordandoci i nostri doveri, la nostra maturità di adulti ci fa decidere se è il caso di giocare o no.
Questi tre stati dell'io furono individuati e descritti dal 1956 in poi da Eric Berne nella sua analisi transazionale, e cioè nel modo in cui avvengono le transazioni, i rapporti, fra le persone; "A che gioco giochiamo" è il titolo di un suo fortunato libro, pubblicato nel 1964. Ad esso seguì nel 1967 "Io sono ok, tu sei ok", del suo allievo Thomas A. Harris.
L'analisi transazionale è disciplina complessa e molto usata nelle organizzazioni per la gestione delle risorse umane, per cui mi limito a qualche nota orientativa.
Le quattro condizioni con cui ci mettiamo in rapporto con gli altri sono:

  • Io non sono ok, gli altri sì.
  • Io sono ok, gli altri no.
  • Io non sono ok, gli altri neppure.
  • Io sono ok, anche gli altri lo sono.


Le prime tre condizioni provengono dagli stati del bambino e del genitore. Il bambino è piccolo, debole, non autosufficiente. Il genitore è grande e forte, e gli dice che cosa deve fare. Se io non mi sento ok di fronte ad un altro, mi sento come quando ero bambino di fronte ai grandi. Man mano che divento adulto, mi rendo conto che a mio modo sono ok, e anche gli altri a loro modo sono ok.
Berne ed Harris dicono che finché ci si sente non ok, o si considerano gli altri non ok, si resta intrappolati in transazioni tipiche che loro chiamano "giochi". I giochi sono ripetitivi, chi li gioca non ne è consapevole, i giocatori si subiscono l'un l'altro, spesso i giochi finiscono male, a volte addirittura in modo tragico.

I giochi si basano sul non ok, e quindi impediscono l'intimità e la buona comunicazione. Sono fondamentalmente sleali, perché hanno motivazioni nascoste, e si svolgono con mosse insidiose, con trucchi. Richiedono che qualcuno paghi, in termini economici o psicologici.
Berne nel libro citato raccoglie una antologia di giochi-tipo, che si riscontrano nei comportamenti della vita reale: giochi della vita, coniugali, sessuali, di società, della malavita, dello studio medico. Alcuni giochi sono "l'alcolizzato" (il bambino che ci ricasca e vuole un genitore che lo controlli), "ti ho beccato, figlio di puttana" (il capo-genitore che coglie in fallo il dipendente-bambino), "l'occupatissima" (la casalinga che ha tanto da fare, la moglie-madre-vivandiera-manager-ecc.), "il goffo pasticcione" (bambino maldestro che chiede perdono al genitore amorevole ma appena perdonato combina un altro guaio), "Perché non… sì, ma" (A chiede aiuto, B propone, A boccia la proposta, B ne fa un'altra, A la boccia, e così via), "Gambadilegno" (che pretendete da me che mi trovo in queste condizioni?). A volte si comincia con un gioco e si continua con un altro; per esempio chi gioca a "occupatissima" può passare a "gambadilegno", quando non ce la fa più.

Ecco dunque che se da una parte è bene giocare e saper giocare, dall'altra è importante capire se stiamo facendo un gioco in modo consapevole, o se non siamo giocati da un gioco che continuiamo a fare con disagio per noi e per gli altri, e che ci impedisce di realizzare un sano rapporto fra adulti, fra parti che si considerano ambedue ok.



Per chi volesse saperne di più sull'analisi transazionale, oltre ai due libri citati, di piacevole lettura, ecco un breve corso scaricabile dalla rete: "Elementi di analisi transazionale",
http://www.viveremeglio.org/psicolog/anatran1.htm#introduzione

Due associazioni, quella internazionale e quella italiana :
ITAA, International Transactional Analysis Association
http://www.itaa-net.org/index.htm

AIAT, associazione italiana di analisi transazionale
http://web.tiscali.it/no-redirect-tiscali/aiat/Index.htm
 
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