Bonus ai manager, ma contro la CO2 Sempre più aziende scelgono di
premiare economicamente i dirigenti che raggiungono obiettivi di
riduzione delle emissioni e gli impiegati che vi contribuiscono. Il
meccanismo di ricompensa dei bonus, al centro del dibattito sulla crisi
finanziaria, diventa così il simbolo di un nuovo impegno delle società
per il taglio della CO2.
Nel recente crack finanziario innescato dallo scoppio della bolla dei
mutui subprime si è parlato spesso di bonus, cioè di quei sostanziosi
premi dati ai manager degli istituti finanziari per i risultati
economici sul breve termine. Un sistema di incentivazione che - oltre a
suscitare indignazione per le enormi cifre accumulate dai
corresponsabili del tracollo - si dice abbia avuto un ruolo non
secondario nello spingere a investimenti spregiudicati e
irresponsabili, volti a massimizzare gli utili a tutti i costi, con le conseguenze che ben conosciamo.
Come
raccontato ampiamente su queste pagine, una delle risposte invocate
alla crisi di un sistema con profitti troppo slegati dall’economia
reale, è stata quella di ripartire da investimenti che dessero
risultati anche dal punto di vista ambientale: sfruttare l’occasione
per accelerare la transizione verso un’economia low-carbon. Anche in
vista della legislazione anti-CO2 che si appresta verosimilmente a
essere estesa a livello mondiale, dunque, per le aziende le prestazioni energetico-ambientali sono diventate sempre più importanti.
Ecco - racconta il Guardian – che anche il sistema dei bonus
viene rivisto nella nuova ottica: sempre più aziende premiano i loro
dirigenti non solo in base ai risultati in termini di utili, ma anche
in quanto a riduzione delle emissioni o per il raggiungimento di altri
obiettivi di tipo ambientale. Il mese scorso National Grid,
utility internazionale che opera nella fornitura di energia in Gran
Bretagna e Stati Uniti orientali, è diventata la più grande compagnia a
lanciare una politica di retribuzioni dei dirigenti basata sulle emissioni. Per raggiungere l’obiettivo annunciato di ridurre la CO2 prodotta del 45% entro il 2020, la multinazionale ha assegnato dei “carbon-budget”
a ogni divisione, stabilendo così quanto ogni comparto possa emettere:
le prestazioni dei manager saranno allora valutate e ricompensate in
base alla capacità di raggiungere gli obiettivi di riduzione della CO2.
Ma le valutazioni “ecologiche” delle prestazioni professionali
sono diffuse anche al di là del settore energetico. Il punteggio di
merito assegnato ai funzionari di alto grado del Governo britannico,
ad esempio, è stabilito anche in base al raggiungimento di determinati
obiettivi in campo ambientale, mentre anche l’amministratore delegato
di Wal Mart ha annunciato ricompense per chi contribuirà a far ottenere i risultati di sostenibilità che il gruppo (oggetto peraltro di molte critiche sia di matrice ambientalista che per i diritti dei lavoratori) si è posto.
Altre
aziende ancora invece hanno esteso i premi per chi fa evitare emissioni
all’azienda anche ai semplici impiegati, anziché solamente ai
dirigenti, premiando così i comportamenti individuali oltre alle scelte aziendali. La società di consulenza WSP Environmental
ad esempio ha sperimentato una sorta di schema di scambio delle
emissioni volontario tra i dipendenti: a ciascuno viene assegnato un
budget annuale di 5,5 tonnellate di CO2 (che verrà ridotto nei prossimi
anni), e a fine anno ognuno può aver perso o guadagnato fino a 100
sterline a seconda dei suoi comportamenti di risparmio energetico.
L’incentivazione individuale dunque ora punta anche sull’aspetto ecologico ma – fa notare il giornalista del Guardian – i rischi del meccanismo
potrebbero esserci anche qui. Come i bonus dei banchieri hanno spinto a
concentrarsi su guadagni a breve termine, le ricompense ai manager per
ridurre la CO2 potrebbero portare ad approvare in maniera non ragionata
progetti che tagliano le emissioni rapidamente: ad esempio un manager
che vuole ottenere il bonus potrebbe dare il via troppo in fretta ad un
progetto di fotovoltaico, salvo poi accorgersi che un investimento
nella coibentazione degli edifici avrebbe garantito nel breve periodo
maggiori risparmi di CO2. Allo stesso modo, l’assenza di standard
universali per misurare le emissioni evitate potrebbe portare dirigenti
poco scrupolosi a sovrastimare sistematicamente i risparmi ottenuti.
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