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Il business come motore della pace PDF Stampa E-mail
lunedì 17 settembre 2007

Quattro domande a Sheikha Lubna

E’ il business a poter trainare la pace e la comprensione fra Occidente e mondo arabo, assai più della politica. Parola di Sheikha Lubna Khalid Sultan al Qasimi, quarantenne ministro dell’Economia degli Emirati Arabi Uniti, oggi in Italia per ricevere a Torino il Premio "StellaRe" della Fondazione Sandretto Re Rebaudengo.

Sheika Lubna Al Kassim

Perché ritiene che il business possa giovare più della politica a superare attriti e dissidi?
«In Occidente permangono incomprensioni nei confronti del mondo arabo causate in gran parte dalle cattive azioni compiute da singoli gruppi, ma gli Emirati costituiscono un esempio di tolleranza evidenziato dal fatto che somma la presenza di moschee e di chiese così come di operatori e lavoratori stranieri provenienti da quasi duecento Paesi diversi. Questa ricetta di tolleranza si fonda sul business, sulla volontà di creare posti di lavoro, prosperità e benessere non solo per gli Emirati, ma anche per chi è legato a noi da rapporti di lavoro. Si tratta di un approccio che potrebbe dare frutti positivi anche in aree dove la tensione resta alta, come il Medio Oriente».

Come ministro lei si vanta di guidare un’economia che non si basa più sul solo petrolio. E’ un modello che ritiene esportabile in altri Paesi produttori?
«Gli Emirati sono il settimo Paese produttore, ma nel 2006 il 62 per cento del nostro pil si è originato da fonti non petrolifere: terziario, trasporti e servizi finanziari. La differenziazione dell’economia è un passaggio necessario perché il petrolio crea ricchezza ma non posti di lavoro. Ciò che serve è dunque adoperare la ricchezza per favorire maggiore occupazione. E’ un approccio che mette gli Emirati al riparo dall’impatto di eventuali crisi petrolifere e credo che possa essere di esempio per altri Paesi produttori che continuano invece a concentrare i propri investimenti unicamente nel settore petrolchimico. Il salto verso la differenziazione economica è necessario perché noi tutti sediamo sopra del giacimenti che non si rinnovano. Ma per compierlo bisogna maturare la consapevolezza che il petrolio da solo non basta».

Lei come c’è riuscita?
«Grazie all’eredità e alla storia degli Emirati Arabi Uniti, una nazione con un passato di terra di mercanti, crocevia fra l’Europa e l’Asia. E scegliendo di operare nel rispetto di una rigida disciplina».

Cosa significa essere un ministro donna in un Paese arabo?
«Significa essere al centro di un processo che catalizza riforme e cambiamenti di grandi proporzioni. Nel governo degli Emirati siamo due donne ma si tratta solo della cartina tornasole di un fenomeno più ampio, evidenziato dal fatto che la recente riforma del nostro Parlamento ha portato all’elezione o alla designazione di una quota di donne del 22%, significativa anche rispetto a molti Paesi europei. Se nel 1986 appena il 9% dell’occupazione era femminile, ora siamo al 33%. E’ un processo in continua crescita: il 30% dei manager degli Emirati è costituito da donne».

Articolo di Maurizio Molinari

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Fonte | LaStampa



 
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