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"Confesso che ho sognato" di Marina Sensati PDF Stampa E-mail
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venerdì 26 febbraio 2010
Confesso che ho sognato. Per anni ho sognato, mentre rammendavo le lenzuola, al mattino, e quando riordinavo la chiesa, dopo il tramonto. Persino tutte le volte che ho lavato i piatti, ogni giorno, davvero, io ho sognato.
Confesso che ho sognato.

Per anni ho sognato, mentre rammendavo le lenzuola, al mattino, e quando riordinavo la chiesa, dopo il tramonto. Persino tutte le volte che ho lavato i piatti, ogni giorno, davvero, io ho sognato.
In punta di piedi, ho sognato che la mia vita cambiasse, in un istante, che qualcuno venisse a prendermi, soltanto. A risvegliarmi, in qualche modo.

Poi, ho lasciato perdere. Incapace di scappare, troppo timida per raccontare, io, Eleanor Rigby, perpetua  di Padre McKenzie, il giorno del mio trentaduesimo compleanno, ho deciso di lasciare perdere. Ho smesso di aspettare un sogno capace di salvarmi e ho lasciato che la mia vita scorresse così, annoiata, spesso delusa. Arrabbiata, anche. Silenziosa, soprattutto.

Ma stanotte, qualcuno ha bussato alla mia porta.
Era già capitato in passato, in effetti. Qualche ubriaco, un marito infreddolito senza più casa, un vagabondo senza più strada. Diverse estati fa, una notte, ho aperto la porta persino ad una coppia di giovani innamorati. Cercavano Padre McKenzie. Dicevano di volersi sposare subito, nel buio, quella notte stessa. Ridevano, mentre mi chiedevano di aprire la chiesa, ed io ricordo di aver invidiato l’audacia sfrontata della loro richiesta. Gli ho detto di tornare il giorno dopo, ho spiegato loro che serviva qualche giorno per organizzare la cerimonia. Non li ho più rivisti. Forse hanno trovato un’altra casa che li ha accolti, o forse, semplicemente, hanno aspettato che il sole sorgesse e portasse via con sé la follia di quel momento.

Come ho sempre fatto, anche questa notte, quando hanno bussato alla mia porta, sono scesa ad aprire. È uno dei miei compiti di perpetua, non posso lasciare nessuno senza risposta. Mi sono infilata la vestaglia, ho nascosto i piedi dentro le mie pantofole di lana blu e sono scesa ad aprire.
“Ciao Eleanor, sono Marina.”
Conosce il mio nome! Questa donna che ha bussato alla mia porta conosce il mio nome. Come è possibile?
“Ciao Eleanor” mi ha ripetuto “Non chiederti se sono io, ora, a sognare te o se sei tu, invece, a sognare me. Non ha importanza, adesso. Quello che conta, che conta davvero, intendo, è che siamo riuscite ad incontrarci. Sai, questa sera ho conosciuto Managerzen e..
“Manager cosa?”
“Managerzen.”
“Ah! E sarebbe?”
“Lo so, è sembrato un nome strano anche a me all’inizio. Pensavo che non avesse nulla a che fare con me, con la mia vita, con il lavoro che ho scelto di fare. Voglio dire, io sono una terapista, una che gioca con i bambini, che con loro, ogni giorno, esplora il mondo e non ho niente in comune con imprenditori, economisti e grandi proprietari. Ma questa sera ho provato ad accogliere il loro invito, ed ora, eccomi qui. Lasciami entrare e ti spiegherò tutto.”
Di solito non mi capita di accogliere estranei in casa mia, ma lei conosceva il mio nome. E poi, il suo entusiasmo mi ha incuriosita.  Davvero, mi ha rapita.
È così che Marina ha iniziato a raccontarmi di una serata sul sogno, in una fredda cittadina emiliana. Mi ha parlato del viaggio romantico di don Chisciotte, degli appunti disordinati di un sognatore, delle sue musiche malinconiche e delle sue parole forti.

“E poi lì, stasera” ha continuato “mi hanno parlato di te.”
“Di me?! Ma se quasi nessuno mi conosce nemmeno per nome, qui. Per tutti, sono solo la perpetua del paese.”
“Lo so, è per questo che sono qui.”
Non riuscivo a capire.
“Stasera ho scoperto che hanno scritto una canzone su di te” ha iniziato a spiegarmi. “Sul giorno in cui hai smesso di sognare e hai scelto di scendere dal palco per osservare lo spettacolo da una poltrona in seconda fila.”
Ha continuato così, Marina. Mi ha parlato a lungo di me, di lei, dell’intreccio dei nostri sogni. Ha detto che anche lei era diffidente, all’inizio. Ma poi ha incontrato un’amica in compagnia di un artista, a bordo dell’astronave della materia, che, con semplicità, davanti ad una fetta di pane, le hanno detto che Managerzen è un gruppo di persone educate.
“Persone, Eleanor, capisci? Non imprenditori, non capi. Persone. E per di più, educate. Managerzen è un gruppo di persone educate. È straordinario, non trovi?”

Abbiamo parlato per ore. Tutta la notte, forse.
“Ma perché sei venuta a cercarmi?” le ho chiesto ad un tratto.
“Perché stasera Managerzen mi ha aperto una porta. Ed io ho deciso di entrarci. Credimi, Eleanor, lì ci sono persone che hanno cambiato la loro vita. Qualcuno sta tentando persino di cambiare il mondo, in qualche maniera. Ci sono pittori e imprenditori, scultori e maestri. Ci sono, soprattutto, persone. Persone con le loro storie. E mi rendo conto che le mie parole, in confronto a quelle storie, sono semplici sfumature. Piccole briciole che raccontano solo il lampo di un incontro. La mia vita non è radicalmente cambiata, non per ora, almeno. Ma sono entrata dentro quella porta, questa sera. E ho deciso di arrivare fino a qui. Perché voglio stringerti la mano ed aiutarti a scoprire il mondo, come faccio con i miei bambini, al lavoro. Perché voglio raccogliere il riso per terra, il giorno del tuo matrimonio. O continuare a raccoglierlo insieme a te, al matrimonio degli altri, e con quel riso dipingere storie, vere. Perché il giorno in cui Padre McKenzie spargerà un pugno di terra contro il legno, io sarò lì con te, amica mia, per salutarti. Per accompagnarti.  Perché a nessuno piace restare solo. E perché nessuno, soprattutto, può rinunciare ai propri sogni.”
“È una belle sfida” ho provato a provocarla.

“Lo so. Ma stasera mi hanno detto che don Chisciotte è andato avanti lo stesso, per anni, sconfitta dopo sconfitta. Non possiamo arrenderci noi, no?”
E così dicendo ha preso due tazze e una piccola pentola per l’acqua dall’armadio della mia cucina.
“Facciamo colazione insieme?” mi ha chiesto.“I cambiamenti più grandi, in fondo, iniziano anche così, non trovi?”
Già, i cambiamenti, talvolta, iniziano così.
Per me, questa notte, è iniziato così.
 
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