Rischi delle eco-promesse
Studio di Forum for the Future e Business for Social Responsibility 
Mentre la maggior catena britannica della grande distribuzione, Tesco, si
appresta a lanciare la "carbon label", la nuova etichetta sulle emissioni di
CO2 legate alla produzione e al trasporto di alcuni propri prodotti, un
rapporto mette in guardia le imprese dal rischio boomerang rappresentato dalle
"eco label" e dalle certificazioni di prodotto, se esse rappresentano un fatto
episodico, all'interno di una filiera di prodotti che non tiene conto degli
impatti ambientali.
Realizzato da Forum for the Future e Business for Social Responsibility
(BSR), con la sponsorizzazione di PepsiCo e S.C. Johnson, lo studio, intitolato
"Eco-promising", sottolinea il proliferare di marchi per prodotti biologici,
equo-solidali, provenienti da foreste certificate e così via, che rischiano di
creare confusione nei consumatori e di renderli sospettosi.
Per le imprese, la comunicazione sociale e ambientale delle qualità
attribuite ai propri prodotti può essere altrettanto complicata. Quali sono le
questioni che andrebbero maggiormente evidenziate, come possono essere meglio
comunicate ai consumatori e come garantire che queste eco-promesse siano
coerenti con gli obiettivi generali dell'azienda?
Lo studio raccomanda, innanzitutto, di evitare che a pochi prodotti, di cui
viene vantata la qualità socio-ambientale, corrisponda una filiera di articoli
che non tiene in conto questi aspetti ma, al contrario, rendere evidente che
questa scelta s'inserisce in una più ampia strategia ambientale, di cui
l'eco-etichetta è un punto di partenza ma che ha il suo sbocco
nell'eliminazione dei prodotti ambientalmente non sostenibili.
Inoltre, le compagnie dovrebbero sottoporre ad una verifica indipendente le
loro etichettature ecologiche e concordare criteri uniformi con i concorrenti
del proprio settore.
Lavoro minorile, C&A adotta un codice di condotta per il cotone dell’Uzbekistan
I 900 fornitori della casa d’abbigliamento europea dovranno certificarne la provenienza, escludendo quello uzbeko 
C&A, una delle maggiori case d’abbigliamento europee, ha annunciato che chiederà a tutti i propri fornitori, non solo di non utilizzare cotone proveniente dall’Uzbekistan, come già stabilito nel dicembre 2007, ma di certificare per iscritto la provenienza del cotone che utilizzano.
Il cotone uzbeko è sotto accusa per il massiccio utilizzo del lavoro minorile, favorito dal governo, come denunciato dall’Environmental Justice Foundation (EJF), che ha condotto un’indagine durata tre anni, sfociata in un dossier, che è stato alla base di una recente inchiesta della BBC.
C&A ha 900 fornitori, controllati dalla SOCAM, 34.000 dipendenti ed è presente in 16 paesi europei: Olanda, Germania, Belgio, Lussemburgo, Francia, Svizzera, Spagna, Portogallo, Austria, Repubblica Ceca, Ungheria, Polonia, Russia, Slovacchia, Slovenia e Turchia.
Il boicottaggio del cotone uzbeko è stato deciso anche da altre compagnie, come Tesco, Marks & Spencer, Debenhams e Matalan.
Eparina contaminata, problema mondiale.
Forse intenzionale la contaminazione. Salgono a 81 i morti negli Usa 
“Le forniture di eparina contaminata sono un problema mondiale”, ha dichiarato ieri Janet Woodcock, direttrice del Center for Drug Evaluation and Research della Food and Drug Adimistration (FDA) statunitense, aggiungendo che nuovi test suggeriscono un legame tra l’anticoagulante contaminato e decine di morti sospette, oltre a centinaia di casi di reazioni allergiche, anche gravi. Le morti sospette, negli Stati Uniti, sono salite dalle iniziali 19 a 81.
L’eparina contaminata, proveniente da 12 compagnie cinesi, è stata trovata in undici paesi, ha comunicato l’FDA: Australia, Canada, Cina, Danimarca, Francia, Germania, Giappone, Italia, Nuova Zelanda, Olanda e Stati Uniti.
L’FDA non è riuscita ancora ad identificare i punti della catena di fornitura in cui il contaminante è stato aggiunto.
In un’audizione davanti al Congresso statunitense, il 15 aprile, il commissario dell’FDA, Andrew von Eschenbach, ha espresso il sospetto che la contaminazione sia stata intenzionale e dettata da ragioni economiche. Successivamente, davanti ai giornalisti, ha fatto marcia indietro, affermando che l’FDA non ha prove sull’intenzionalità della contaminazione.
La sostanza chimica contaminante, il condroitinsolfato ipersolfatato, è molto simile al principale ingrediente dell’eparina, tanto è vero che le analisi tradizionali non lo rilevano. Il principale ingrediente dell’eparina è derivato dall’intestino dei maiali. La condroitina solfato, invece, si trova nella cartilagine della maggior parte dei mammiferi, ed è stata modificata in condroitinsolfato ipersolfatato, più economico dell’ingrediente attivo dell’eparina.
Le 81 morti per reazioni allergiche in pazienti trattati con eparina negli Usa sono state rilevate tra il gennaio 2007 e il marzo di quest’anno, mese in cui non c’è stata alcuna segnalazione. Il picco si è registrato tra novembre 2007 e febbraio 2008. Lo scorso 11 febbraio, era iniziato negli Usa il ritiro dell’eparina prodotta da Baxter International, che forniva circa la metà dell’eparina utilizzata nel paese.
Shell e Premcor risarciscono cittadina dell’Illinois
16 milioni di dollari per decenni di vapori da idrocarburi
Shell e Premcor Refining Group pagheranno 16 milioni di dollari di risarcimento, per chiudere una class action degli abitanti del villaggio statunitense di Hartford, nell’Illinois, che avevano denunciato quarant’anni d’inquinamento da idrocarburi, con danni sanitari, psicologici e crollo del valore degli immobili.
Le esalazioni sarebbero causate da perdite delle condotte che trasportano i combustibili dalla raffineria ad un terminal fluviale, con l’accumulo, secondo i querelanti, di tre milioni di galloni di carburanti nel sottosuolo della cittadina.
Shell, che pagherà 8,5 milioni di dollari, e Premcor, che è stata acquistata nel 2005 da Valero e che ne pagherà 7,5, non hanno ammesso alcuna colpa. La causa prosegue, invece, nei confornti di altre compagnie: BP Products North America, Sinclair Oil, Atlantic Richfield e Apex Oil.
Fonte articoli: RSI News.
www.rsinews.it
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