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Un segno piu' per Cartier e per Coca Cola PDF Stampa E-mail
martedì 29 gennaio 2008
Sudan - il secondo fondo pensione olandese disinveste da Petrochina
Pggm contesta la complicità nella violazione dei diritti umani in Darfursemaforoverde.gif

PGGM, il fondo pensione del settore sanitario olandese, ha venduto le proprie azioni di PetroChina, pari a 37 milioni di euro, dopo il fallimento del dialogo avviato con la compagnia di Pechino sulla complicità nella violazione dei diritti umani nella regione del Darfur, in Sudan, da parte del suo azionista di riferimento, la società di Stato China National Petroleum Corporation (CNPC), che detiene l’88% delle azioni.
PGGM è il secondo fondo pensione olandese, con un patrimonio di 88 miliardi di euro e dall’inizio di quest’anno si avvale di tre consulenti, per valutare l’eticità degli investimenti. Secondo il sito statunitense Resource Investor, è prevedibile che la decisione di PGGM sia seguita anche dal terzo fondo pensione olandese, ABP, dal fondo pensione dei dipendenti pubblici californiani, CAlPERS, e dal fondo pensione governativo norvegese. Dal 1° agosto 2007 PetroChina fa parte del Global Compact, l’iniziativa per la diffusione della responsabilità sociale delle imprese, lanciata nel 2000 dall’allora segretario generale delle Nazioni Unite, Kofi Annan. L’adesione al Global Compact è volontaria e si basa sull’accettazione di dieci principi, tra cui due che richiedono alle imprese di promuovere e rispettare i diritti umani universalmente riconosciuti nell'ambito delle rispettive sfere d’influenza e di assicurarsi di non essere, seppure indirettamente, complici negli abusi dei diritti umani. Dal blog Global Compact Critics, gestito dal centro di ricerca sulle multinazionali SOMO, viene la richiesta, al Global Compact, di mostrare capacità di leadership e di sospendere PetroChina, perché è evidente che la compagnia sta violando gli impegni assunti al momento dell’adesione.

Fonte: Rsinews


Cartier, niente più rubini estratti in Birmania
La famosa gioielleria segue, due anni dopo, l’esempio di Tiffanysemaforoverde.gif

Dopo un’inchiesta condotta dal Sunday Times in alcune gioiellerie londinesi di Bond Street, che vendono costosi rubini provenienti dalla Birmania, il 5 ottobre Cartier ha annunciato che non acquisterà più gemme che possano essere state estratte in Birmania, anche se poi sono state tagliate altrove e da lì esportate sui mercati. Cartier ha dato istruzioni ai propri fornitori affinché garantiscano il rispetto di questa decisione ed effettuerà anche delle proprie verifiche a campione, per valutare la credibilità delle assicurazioni fornite dai fornitori. Pochi giorni prima, il 30 settembre, il quotidiano britannico riportava una dichiarazione di Cartier, che negava di comprare gemme direttamente dalla Birmania, affermando: “Se abbiamo rubini birmani, sono d’annata”. Oltre il 90% dei rubini estratti in Birmania vengono tagliati e lavorati in paesi terzi, come la Thailandia, e questo fatto cambia la loro provenienza ufficiale. Questo escamotage è stato accettato anche dalle autorità statunitensi. Infatti, secondo l’U.S. Customs & Border Protection, i rubini lavorati in altri paesi subiscono “sostanziali trasformazioni” e quindi non sono soggetti all’embargo deciso nel 2003 dal governo di Washington nei confronti del Myanmar. Proprio questa interpretazione aveva indotto Tiffany, nel febbraio 2005, a riprendere l’acquisto di pietre preziose estratte in Myanmar ma lavorate in altri paesi, interrotto nel 2003. Di fronte alle polemiche che questa decisione aveva suscitato, però, Tiffany tornò velocemente sui propri passi e un mese dopo il presidente e amministratore delegato, Michael Kowalski, dichiarò: “Riteniamo che la cosa giusta da fare sia proseguire nella nostra moratoria”, perché “l’estrazione di queste gemme supporta l’attuale regime birmano. Noi sosteniamo riforme democratiche e la fine degli abusi dei diritti umani in quel Paese. Crediamo che i nostri clienti siano d’accordo con la nostra posizione”. Il regime militare di Myanmar è il principale azionista di tutte le miniere del paese e gestisce le aste delle gemme nella capitale Rangoon. Dopo il legno e il gas, quello dei diamanti è il terzo principale settore di esportazione della Birmania e garantisce al regime introiti per oltre 200 milioni di euro l’anno.



Uso sostenibile dell’acqua, accordo tra Coca-Cola e Wwf
Impegni per la riduzione delle quantità utilizzate e la qualità di quella scaricatasemaforoverde.gif

Ieri, Coca-Cola e Wwf hanno annunciato un accordo di partnership pluriennale da 20 milioni di dollari, per un corretto utilizzo dell’acqua, la risorsa naturale maggiormente utilizzata nel ciclo produttivo della compagnia di Atlanta, sotto accusa per scarichi inquinanti a danno delle popolazioni agricole, particolarmente in India. Nel 2006, Coca-Cola e i suoi imbottigliatori hanno utilizzato circa 290 miliardi di litri d’acqua, equivalenti alla metà di quanto consumato nell’area metropolitana di Atlanta, dove la compagnia ha il proprio quartier generale. 114 miliardi di litri d’acqua sono finiti nelle bottiglie delle bibite, mentre 176 sono serviti per le operazioni produttive accessorie, come risciacquo, pulizia, raffreddamento e riscaldamento. Entro il 2008, Coca-Cola fisserà i propri obiettivi di riduzione del consumo di acqua e di uso efficiente di questa risorsa. Negli ultimi cinque anni, afferma la compagnia, a fronte di un incremento delle vendite del 14,6%, il consumo d’acqua è sceso del 5,6% e l’efficienza nel suo utilizzo è aumentata del 18,6%. Dal 2010, Coca-Cola s’impegna a far sì che tutta l’acqua utilizzata nelle proprie operazioni industriali sia scaricata a livelli di qualità tali da consentirne l’utilizzo in agricoltura e nell’acquacoltura. Attualmente, sostiene la compagnia, la percentuale di acqua che consente tali utilizzi è dell’85%. Infine, Coca-Cola s’impegna ad assistere le popolazioni locali, attraverso interventi che consentano il miglior utilizzo dell’acqua in agricoltura e per gli usi umani. L’alleanza tra Wwf e Coca-Cola non è nuova. Nel 2004, ad esempio, la multinazionale di Atlanta contribuì con oltre due milioni di dollari alle attività dell’associazione ambientalista nel campo dell’acqua.


Gli anticolesterolo vytorin e zetia nella bufera
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Tempesta, negli Stati Uniti sulle case farmaceutiche Merck e Schering-Plough, in relazione al Vytorin, che associa due medicinali - Zocor e Zetia – ed è indicato per i pazienti geneticamente predisposti ad alti livelli di colesterolo. I risultati di uno studio clinico durato due anni e terminato nell’aprile 2006, non solo indicano l’inefficacia dello Zetia nel contrastare le placche ateriosclerotiche ma registrano addirittura una maggior velocità di crescita nella crescita delle placche tra i pazienti che assumono il Vytorin, esponendoli ad un maggior rischio d’infarto e ictus.La diffusione dei risultati di questo studio è avvenuta a metà gennaio, ventun mesi dopo la sua conclusione e dopo che il Congresso americano aveva avviato in dicembre un’indagine sui motivi di tale ritardo. Ora, il sospetto è che ciò sia stato dovuto al tentativo delle due case farmaceutiche di ritardare il più possibile la diffusione di questi dati negativi e di manipolare i risultati dello studio. Schering respinge quest’accusa, dichiarando di non essere stata a conoscenza dei risultati dello studio sino a due settimane prima della loro diffusione. L’esplosione delle polemiche, che sono seguite alla diffusione dei dati shock dello studio, ha indotto le due multinazionali a interrompere la campagna pubblicitaria del Vytorin, ritirando i due spot televisivi che stavano andando in onda negli Usa, il solo paese, insieme all’Australia, dove è consentita la pubblicità diretta ai consumatori dei medicinali che richiedono la prescrizione medica. Su YouTube c’è una parodia dello spot del Vytorin, diffusa quattro giorni prima che si conoscessero i risultati dello studio clinico, in cui, tra l’altro, si dice: “Nessuno sa se Vytorin è efficace o sicuro, ma con una sufficiente frode scientifica possiamo assicurarvi che lo è”.
 
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