Un ospedale israeliano che cura le vittime del conflitto medio-orientale ha da qualche tempo iniziato ad utilizzare una tecnologia Intel per aiutare i propri pazienti a rimanere in contatto con le proprie famiglie ed il mondo. All’interno dell’unità di terapia intensiva del Rambam Hospital di Haifa, infatti, Intel ha permesso l’installazione di una rete wireless che permette ai pazienti di connettersi ad Internet senza alcun costo. L’installazione della rete è stata completata in Agosto scorso, proprio quando Haifa era sotto attacco dei missili.
Oltre ad Haifa, i tecnici di Intel hanno poi esteso l’iniziativa ad altri cinque ospedali. L’azione di Intel è di particolare importanza, dato che soldati e residenti dei quartieri teatro di guerra sono spesso costretti a periodi di ricovero anche molto lunghi. La tecnologia mobile di Intel® Centrino® consente a loro di rimanere in contatto con le proprie famiglie, con il proprio posto di lavoro o semplicemente di avere un momento di svago.
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PREMIO NOBEL AL FONDATORE DELLA BANCA DEI POVERI Il 14 Ottobre 2006 Muhammad Yunus, il fondatore della Grameen Bank, la banca dei poveri, ha vinto il premio Nobel per la Pace 2006. Nato nel 1940 nel Bengala Orientale, nel 1974 Yunus visita con alcuni studenti alcune delle zone più povere del Bangladesh, dove carestia e povertà uccidono milioni di persone. Quel viaggio cambia la sua vita e decide di dover fare qualcosa: presta 27 dollari a un gruppo di 40 donne che facevano cesti in bambù, in modo da consentire loro di espandere l'attività' e di uscire dal giro degli usurai. Fu l'inizio della Grameen Bank, una banca che andava in senso contrario a tutte le altre. La Grameen Bank avrebbe prestato denaro ai più poveri, e tra i più poveri alle donne, che in Bangladesh contano meno della terra che pestano. Persone che nella maggior parte dei casi non possedevano nulla e che quindi non potevano fornire garanzie sulla restituzione del denaro. Ma che raccolte in piccoli gruppi erano una forza, fosse anche solo quella della disperazione. Oggi la Banca dei poveri, anche se il suo nome significa la Banca dei villaggi, elargisce microprestiti a 6,6 milioni di "clienti" poveri. Ma sono nate centinaia le iniziative simili in tutto il mondo raggiungendo complessivamente 80milioni di persone. In Bangladesh, dati aggiornati a agosto 2006, conta 2.226 filiali e piu' di 18.000 dipendenti che arrivano praticamente in tutti i 70mila villaggi del Paese. E' il quarto istituto bancario del Bangladesh. 9 clienti su 10 sono donne e la percentuale di restituzione dei prestiti e' del 98,85%, un sogno per le banche di stampo capitalistico. Questo ha fatto si' che dal 1995 la Grameen Bank non ricevesse piu’contributi da donatori, ma si finanzi unicamente con i depositi dei suoi azionisti, gli stessi beneficiari dei prestiti. Dalla sua fondazione ad oggi, tranne che per tre anni, e' sempre stata in attivo, con un giro di soldi di 5,72 miliardi di dollari. Il prestito medio e' di 309 dollari. Ma il dottor Yunus ha fatto molto di piu' che prestare denaro ai poveri, ha dimostrato che si puo' cambiare il mondo, le tradizioni assurde, il modo di pensare e portare la pace senza intervenire militarmente, senza scontrarsi apertamente con il territorio ma trovando soluzioni trasversali che spostano il modo di vedere le cose.
Fonte: Cacao. www.cacaonline.it
SFRUTTAMENTO DEI LAVORATORI: WAL-MART DI NUOVO NEI GUAI Il gigante statunitense della grande distribuzione, è di nuovo sotto accusa per sfruttamento dei lavoratori presso le fabbriche di due suoi fornitori in Cina. Lo scorso settembre, infatti, Wal-Mart è stata nuovamente denunciata negli Usa dall’organizzazione International Labor Rights Fund, per omesso controllo sul rispetto del proprio Codice di condotta, in violazione di obblighi contrattuali, da parte di alcuni fornitori tessili in Cina, Vietnam, Bangladesh, Indonesia, Nicaragua e Swaziland (Africa). Come al solito, i vertici di Wal-Mart hanno immediatamente assicurato che la compagnia pretenderà più rispetto dell’ambiente e migliori pratiche di lavoro dai propri fornitori esteri, che dovranno raggiungere gli standard praticati negli Stati Uniti. L’azienda è stata però fortemente criticata da Harold Meyerson, noto editorialista del “Washington Post”, secondo il quale il motivo per cui Wal-Mart ha 3.000 fabbriche in Cina è chiaramente giustificato da un costo del lavoro tra i più bassi che in ogni altra parte del mondo, dove i lavoratori non possono scioperare e chi chiede migliori standard di sicurezza è generalmente arrestato e a volte torturato. Wal-Mart è in Cina perché è stata capace di creare una relazione simbiotica tra le proprie pratiche di lavoro abusive e la soppressione dei diritti dei lavoratori, da parte del governo totalitario cinese. “Chiedere che i fornitori esteri di Wal-Mart migliorino i propri comportamenti, significa chiedere che Wal-Mart cambi la propria cultura dei bassi salari. Questo è il motivo per cui le promesse di Wal Mart meritano una sana dose di scetticismo”, ha concluso l’editoriale di Meyerson.
Solo recentemente Wal-Mart ha dovuto accusare il colpo di un documentario uscito a New York e Los Angeles il 4 Novembre scorso, prodotto da Robert Greenwald ed intitolato “Wal-Mart: The High Cost of Low Price”, della durata di 95 minuti, dove appunto si denunciava la politica dei bassi redditi del colosso americano. Sempre a Novembre, oltre 400 organizzazioni statunitensi – piccoli negozianti, gruppi in difesa dei diritti delle donne, ambientalisti e sindacati – avevano già organizzato una serie di manifestazioni di protesta, in tutto il Paese, davanti ai centri di Wal-Mart.
Wal Mart è purtroppo solo una delle tante aziende occidentali che fingono di non sapere in quali condizioni e da chi i loro prodotti sono fabbricati. Milioni di donne che lavorano nel mondo in via di sviluppo, in aziende fornitrici di grandi catene dell’abbigliamento, di supermercati e grandi magazzini, sono sottoposti a condizioni di sfruttamento, sempre peggiori, per sostenere la guerra dei prezzi nei Paesi sviluppati. Lo denuncia un rapporto dell’organizzazione non governativa Oxfam, “Trading Away Our Rights: Women Working in Global Supply Chains ”, reso pubblico l’8 febbraio. Il rapporto cita imprese come l’inglese Tesco, le spagnole El Corte Ingles-Induyco, Inditex-Zara, Cortefiel e Mango, le statunitensi Taco Bell e Wal-Mart, che esternalizzano la propria produzione e sfruttano la propria posizione dominante nel mercato, per trasferire costi e rischi sulla catena dei fornitori, utilizzando la propria forza per costringere i fornitori a soddisfare “just-in-time” gli ordinativi, a prezzi più bassi. Secondo Oxfam, “c’è un divario sempre più ampio tra la retorica generale sulla responsabilità sociale delle imprese e la realtà del loro modello di business. Molte compagnie hanno codici di condotta, che prevedono il dovere di rispettare gli standard di lavoro anche da parte dei fornitori, ma spesso è proprio la loro spietata strategia d’acquisto a rendere impossibile che ciò avvenga”.
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